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Indagine “Re cleaning”, l’imbarazzo del Comune e di Tria

Le risposte dell'assessore e dell'amministrazione comunale tradiscono disagio per una situazione i cui sviluppi potrebbero creare non pochi problemi, in futuro, per l'ente pubblico

REGGIO EMILIA – “Ad oggi, a nessuno dei sette viene contestato il reato di corruzione”. E ancora: “Non sono incompatibile, ma il clima inciderebbe sull’incarico”.

La prima dichiarazione si trova un passaggio del commento del Comune all’indagine “Re Cleaning” sulla gestione degli appalti pubblici che vede 26 persone indagate fra cui cinque dirigenti attualmente in servizio in Comune e altri due in pensione. A questi bisognerebbe aggiungere anche un dirigente che ora lavora in Regione, oltre al presidente dell’Istituzione scuole e nidi dell’infanzia, a quello di Asp e un ex assessore. In sostanza undici persone che appartengono o sono appartenute alla macchina comunale e alle loro partecipate indagate per reati contro la pubblica amministrazione.

La seconda dichiarazione è invece quella dell’avvocato Nicola Tria che difende Matteo Fortelli, coinvolto nell’inchiesta, insieme alla collega Roberta Ugolotti perché secondo le accuse, si aggiudico’ un appalto dei servizi legali del Comune (della durata di un anno), grazie ad un bando che lui stesso aveva contribuito a scrivere.

Andiamo con ordine. Partiamo dalla dichiarazione dell’amministrazione comunale. Uno scarno comunicato in cui, sostanzialmente, si esprime fiducia nell’operato dei magistrati e nel fatto che i dirigenti sapranno dimostrare la loro estraneità alle ipotesi di reato. La cosa che lascia perplessi è il sollievo perché non viene contestata la corruzione. Come se, per il Comune, le ipotesi di turbativa d’asta e falsità ideologica, ovvero, secondo le accuse, “pilotare le gare” realizzando anche documenti falsi, fossero poca cosa.

Il fatto è che poca cosa non sono. Gli indagati andranno rinviati a giudizio e processati e le accuse andranno dimostrate in tribunale, ma sono gravi, perché minano la fiducia dei cittadini nell’amministrazione pubblica. Quale fiducia possiamo avere din una macchina comunale i cui massimi dirigenti vengono indagati per reati di questo tipo? Possibile che nessuno, nell’ente sia sia mai reso conto di quello che accadeva? Sono domande che si porrebbe ogni cittadino.

Trarre sollievo dal fatto che non c’è stata corruzione come se gli altri reati fossero poca cosa (e in effetti qui la prescrizione potrebbe togliere dall’imbarazzo il Comune e i diretti interessati,ndr), non ci sembra un atteggiamento responsabile e una risposta soddisfacente alle inquietudini che un’indagine di questo tipo suscita.

Passiamo alle dichiarazioni dell’assessore Tria che, lo ricordiamo, ha la delega alla legalità. L’avvocato ha fatto un passo indietro e ha rinunciato all’incarico, ma solo in seguito alle notizie pubblicate dalla stampa che hanno fatto emergere il fatto che difendesse Fortelli. Tria sostiene, giustamente, che, formalmente, lui non è tenuto a fare un passo indietro e che lo ha fatto solo per ragioni di opportunità.

Il problema, tuttavia, è che Tria, sempre per ragioni di opportunità, non avrebbe nemmeno dovuto accettarlo quell’incarico. Risulta paradossale che un assessore alla legalità difenda un suo collega indagato per reati compiuti ai danni dell’amministrazione di cui il membro della giunta fa parte. E’ un problema di opportunità che l’avvocato e assessore Tria si sarebbe dovuto porre fin da subito e non perché costretto dalle notizie di stampa che uscivano sui giornali.

Il fatto è che le risposte di Tria e dell’amministrazione comunale tradiscono un notevole imbarazzo per una situazione i cui sviluppi potrebbero creare non pochi problemi, in futuro, per l’ente pubblico. In particolare, per quel che riguarda all’amministrazione comunale, ci aspetteremmo che, se i dirigenti saranno rinviati a giudizio, si costituisca parte civile nel processo. Non cozzerebbe certo contro la presunzione di innocenza, ma darebbe il segnale di un ente che non è disposto a fare sconti nei confronti di chi ha sbagliato se arrivasse una sentenza di condanna.

Paolo Pergolizzi