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Estorsioni a ristoranti e pizzerie, per la Dda la matrice è “mafiosa”

Si aggrava la posizione dei tre fratelli Amato raggiunti da una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere

REGGIO EMILIA – Matrice mafiosa sulle estorsioni a ristoranti e pizzerie. Si aggrava la posizione dei tre fratelli Amato raggiunti da una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bologna.

Sei colpi di pistola contro la porta a vetri della Pizzeria “La Perla” a Cadelbosco Sopra la notte tra il 31 gennaio e il primo febbraio, cinque colpi contro l’ampia vetrata della Pizzeria “Piedigrotta 3” in via Emilia Ospizio a Reggio Emilia, la notte tra il 6 e il 7 febbraio, poi gli avvertimenti con tanto di pizzino attaccati alla porta (in analogia a quanto avvenuto per la Perla e il Piedigrotta 3) ad altre due pizzerie di Reggio Emilia: “Piedigrotta 2” e “Paprika”.

Questi ultimi due “pizzini” erano rimasti solo degli avvertimenti, perché i carabinieri della di Guastalla, di Cadelbosco Sopra e del nucleo investigativo del comando provinciale di Reggio avevano arrestato i fratelli Cosimo, Mario e Michele Amato.

La situazione dei tre fratelli ora però si è aggravata. Le indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Reggio e Piacenza, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna, avrebbero individuato una matrice mafiosa nella condotta delittuosa. I tre fratelli, secondo gli inquirenti, avrebbero agito per agevolare l’attività della ‘ndrangheta e in particolare quella del sodalizio ‘ndranghetisco emiliano la cui esistenza ed operatività è stata riconosciuta nell’ambio del processo Aemilia.

Il sostituto procuratore Beatrice Ronchi della Dda di Bologna ha chiesto e ottenuto dal Gip del Tribunale di Bologna un’ordinanza di custodia cautelare in carcere che è stata eseguita dai carabinieri che hanno raggiunto i tre destinatari nei rispettivi penitenziari dove peraltro sono ristretti per la stessa causa.

All’epoca del fermo dei tre fratelli, avvenuto a febbraio scorso, i carabinieri reggiani avevano sequestrato importante materiale probatorio tra cui l’auto e la moto usate in occasione degli atti intimidatori effettuati con le esplosioni di armi da fuoco all’indirizzo delle due pizzerie, capi di vestiario e soprattutto una macchina da scrivere ritenuta essere il mezzo con il quale sono stati approntati i “pizzini” contenenti le richieste estorsive.

I tre sono figli di Francesco Amato, 55 anni, condannato per mafia nel processo Aemilia, che nel mese di novembre dell’anno scorso per circa 10 ore aveva creato forte apprensione asserragliandosi all’interno dell’ufficio postale di Pieve, a Reggio Emilia, con cinque ostaggi per poi essere arrestato dai carabinieri.