Mykolaiv, dove le notti sono troppo corte e i missili arrivano all’alba

Una comunità di persone stanche della guerra, degli allarmi, di piangere morti, dei missili e dei rifugi, ma non di darsi da fare tutti i giorni per non lasciare nessuno indietro

Con questa testimonianza inauguriamo una serie di racconti da Odessa da parte di attivisti dell’Operazione Colomba, che raccoglie i volontari di pace dell’Associazione Papa Giovanni XXIII di Rimini, attivi nelle zone di guerra per fare un’interposizione non violenta, ma anche di persone che vivono nella città del sud dell’Ucraina che potrebbe essere il prossimo obiettivo degli invasori russi. Chi scrive, da Mylolaiv, una città di 500mila abitanti, bombardata quotidianamente, situtata a pochi chilometri dal fronte, è Paola Fracella, 27 anni, leccese, dal 2017 volontaria di Operazione Colomba. Oltre al progetto in Ucraina segue il progetto Libano, dove Operazione Colomba è presente a sostegno dei profughi siriani (Foto di Operazione Colomba).

MYKOLAIV (Ucraina del Sud) – Mykolayv dista 140 km da Odessa, circa due ore e mezzo di autobus. Per strada ci sono 4 posti di blocco militari e all’ultimo, quello più grande prima di entrare in città, ci fermano e ci fanno scendere dal mezzo. I soldati sono visibilmente agitati, non deve essere usuale vedere degli stranieri che vogliono entrare in città. Tante domande e controlli, per poi farci passare solo dopo aver parlato al telefono con M., l’amico che ci aspetta a Mykolaiv. Una volta arrivati ci spiegherà che l’esercito ha paura delle spie e che, pochi giorni prima, un cittadino europeo che era entrato aveva poi dato delle informazioni su edifici da colpire ai russi. M. aveva personalmente arrestato un cittadino russo che faceva domande e fotografava edifici, che sono subito dopo stati colpiti dai razzi.

Mykolayv è Ucraina”, si legge nei cartelloni propagandistici per le strade della città e si ascolta nello slogan registrato dal sindaco che passa spesso in radio. Una frase banale che risuona quasi come una rivendicazione, quando la minaccia di occupazione delle truppe nemiche è costantemente alle porte.

Al primo impatto sembra una città quasi deserta ed in parte lo è. La distruzione è palese ed è molto diffusa. Almeno 3 edifici sono stati colpiti dai razzi, nelle immediate vicinanze del centro che ci accoglie insieme a tante persone e famiglie che hanno paura di dormire nelle loro case e vi trovano rifugio in shelter sotterranei. Pochissime persone per strada, molti negozi chiusi, atmosfera grigia ed il rumore dei combattimenti come sottofondo costante.

Questo scenario, poi, inizia a tingersi di tanti colori: il sorriso di M. che ci accoglie, e pian piano quello di tutti gli altri. V. e suo marito, che ha l’aria molto simpatica anche se siamo gli unici a non capire le sue battute. E poi c’è L. che ha vissuto in Italia per dieci anni e diventa subito la nostra salvatrice. I suoi figli sono a Odessa, ma lei non ha intenzione di lasciare casa sua: non lo fa neanche per dormire negli shelter del centro, anche se vive al sesto piano di un palazzo ed ogni mattina all’alba si sveglia con le pareti che tremano per i pesanti bombardamenti.

“Mi alzo dal letto e prego, cos’altro dovrei fare”, ci dice. L. ha uno sguardo fiero, è stanca ma non si lamenta mai, si rimbocca le maniche e fa tutto quello che serve per preparare pacchi alimentari per chi ne ha bisogno. Non ha mai pronunciato neanche una parola di odio, eppure la guerra ha distrutto anche la sua famiglia, che come tante qui, è divisa tra Ucraina e Russia. La sorella di L. vive in Crimea e per telefono le diceva che la guerra contro il paese in cui vive L. è giusta. “Ora lei continua a chiamarmi, ma io non le rispondo più”, conclude così la conversazione su questo argomento.

Dopo qualche ora dal nostro arrivo, il nostro amico M. ci porta a fare un giro della città e ci fa vedere i luoghi più colpiti dai razzi: sono sempre edifici civili. “La TV Russa dice che questo è tutto finto”, ci dice davanti alle macerie di una abitazione colpita quattro giorni prima,in cui sono morte due persone. Documenti, effetti personali, uno zainetto blu con una macchina rossa disegnata e dei giochi di bimbo sono sparsi sul terreno. Razzi e bombe a grappolo sulle case dei civili e, purtroppo, non c’è niente di finto in tutto questo.

Le notti sono troppo corte a Mykolaiv, perché di solito i razzi arrivano alle prime luci dell’alba. E subito dopo la nostra prima notte in città, conosciamo A. che è venuta al centro per aiutare nella preparazione dei pacchi alimentari. A. è visibilmente agitata, ci dicono che viene da un villaggio molto vicino alla città che è stato bombardato per diverse ore. A gesti ci fa capire che la sua casa tremava e che ha avuto molta paura. Poi si siede, ci sorride e comincia a pulire le patate e chiacchierare con le altre donne presenti. La notte è passata, A. è ancora viva, la gente del quartiere ha bisogno di lei per garantirsi un pasto e solo questo è ciò che sembra importarle. Le chiediamo se pensa di andare via e ci dice di no, ha un rifugio in casa e tutti i vicini vanno da lei quando arrivano i razzi. Hanno paura, ma sono insieme.

La giornata va avanti a pieno ritmo nella preparazione degli aiuti, mentre fuori la gente fa la fila per prendere acqua potabile da un impianto che la distribuisce, dopo che quello cittadino è stato distrutto da un bombardamento ad aprile. Il rumore delle esplosioni che arriva dal fronte è ancora sempre presente, ma nessuno ci fa caso. Questa è una comunità di persone stanche della guerra, degli allarmi, di piangere morti, dei missili e dei rifugi, ma non di darsi da fare tutti i giorni per non lasciare nessuno indietro.

Forse la gente in Europa è stanca delle guerra in Ucraina ed anche di aiutarci, ma come vedete noi qui ne abbiamo ancora tanto bisogno”, ci dice il nostro amico M. ed io vorrei tanto potergli dire che si sbaglia.

(1 – continua)