Operazione Colomba, i volontari che fanno da scudo ai civili in zone di guerra

Il fondatore Alberto Capannini, 54 anni, riminese da poco tornato da Odessa: "Ombrelli umani contro una pioggia di piombo. Putin è un drago, ma gli abbiamo dato da mangiare noi"

REGGIO EMILIA – “Al drago abbiamo dato da mangiare noi. Non è cresciuto per caso, ma gli abbiamo dato i soldi del gas e quello ha contributo a farlo diventare tale. Ognuno si deve prendere le sue responsabiltà. Abbiamo commerciato in tutti i modi con lui e adesso diciamo che Putin è cattivo. E’ quello che gli abbiamo permesso di diventare”.

Alberto Capannini, 54 anni, riminese (nella foto a Mykolaiv), sposato, padre di tre figli, è stato, insieme a don Oreste Benzi uno dei fondatori dell’Operazione Colomba, che raccoglie i volontari di pace dell’Associazione Papa Giovanni XXIII di Rimini, attivi nelle zone di guerra per fare un’interposizione non violenta. Attualmente sono in Palestina, Albania, Colombia e Libano. E’ appena tornato dall’Ucraina dove è stato, a Odessa e Mykolaiv, per portare aiuti con la Carovana di pace di #stopthewarnow. Un viaggio a cui ha partecipato anche Reggio Sera che ne ha dato ampio spazio su questo giornale. Lo abbiamo intervistato per farci parlare della sua trentennale esperienza.

Quando nasce e che cos’è l’Operazione Colomba?
Nasce nel 1992, un periodo in cui, qualche anno prima, era caduto il muro di Berlino e i conflitti congelati dalla guerra fredda erano surgelati. Il più vicino a noi era quello dell’ex Jugoslavia. Quando è scoppiata questa guerra noi, che siamo riminesi, eravamo al di là del mare. Non potevamo stare fermi. In mezzo a quel flusso di civili, c’erano anche i primi volontari dell’operazione Colomba. Abbiamo fatto un primo viaggio fino al fronte che, nei primi mesi del ’92, era all’altezza di Zara e poi siamo andati a vivere lì. Dieci o quindici persone in un momento in cui si sparavano addosso fra croati e serbi. Alcuni di loro sono ancora con noi. Facevamo una vita in comune con chi viveva sul fronte. Poi siamo andati dai serbi e abbiamo iniziato a vivere con loro. La ricetta è semplice e ha solo tre ingredienti: condivisione, ovvero la mia vita vale come la tua, la non violenza e lavorare per una prospettiva di riconciliazione. Poi ci siamo spostati in Bosnia e abbiamo partecipato alla marcia di Sarajevo. Siamo andati in Africa, Sierra Leone, Congo, Cecenia, Colombia, Palestina, Libano.

Di solito la gente fugge dalle zone dove ci sono le guerre. Voi, invece, avete deciso di andarci a vivere. Perché?
Per abbassare il livello di violenza. La guerra, un giorno, uscirà dalla storia dell’umanità, ma non avverrà autonomamente. Accadrà proteggendo la vita delle persone. La guerra è una pioggia di piombo e noi siamo lì ad aprire gli ombrelli. Il gruppo medio di una operazione Colomba sono quattro persone che servono una comunità di 5-600 individui. Questo permette ai bambini di andare a scuola in zone di conflitto, ai pastori di andare al pascolo e agli agricoltori di lavorare la terra. In Colombia, per esempio, dove le fazioni si combattono per motivi legati al narcotraffico, i bambini riescono a studiare e la comunità può vendere il cacao. Sfruttiamo la forza del nostro passaporto di occidentali. Se siamo lì nessuno può fare loro del male.

Lei ha fondato operazione Colomba con don Oreste Benzi. Come vi siete incontrati?
Don Oreste ha dato il via libera. Poi, dopo, ognuno ha portato il suo pezzetto. Lui la teneva molto presente la nostra esperienza. Diceva: “La colomba irride la guerra. C’è il conflitto, ma lei entra lo stesso”. Conobbi don Benzi la prima volta a 18 anni. Sono di Rimini e sono andato in un posto dove lui stava parlando. Disse: “Quando moriremo Dio non ci giudicherà. I poveri ci giudicheranno”. E io pensai: “Questa persona la devo incontrare”. Quando è morto non riuscivo più a passare dalla zona dove viveva lui. Era come un parente per me.

Carla e Samir, due volontari di Operazione Colomba a Mykolaiv
colomba

Qual è la cosa più folle che ha fatto?
Quando Al Qaeda fece l’attentato alle Torri Gemelle don Benzi ebbe l’idea di mandare una lettera di scuse a Bin Laden per quello che aveva fatto l’Occidente (la volontà del sacerdote fondatore della Papa Giovanni XXIII era di scrivere a George W. Bush e a Bin Laden invitandoli al perdono, un gesto simile a quello di San Francesco che, nel pieno delle Crociate, volle incontrare il sultano al-Malik al-Kāmil, ndr). L’ho detto in trasmissione da Gad Lerner con Agnoletto che era di fianco a me ed è sobbalzato. Gad urlava. Allora mi sono detto: “Dopo questo, posso fare di tutto. Sono a posto”.

Chi sono le persone che si rivolgono a voi chiedendo di essere formati per poi partire in zone di guerra e rischiare la vita?
Sono studenti che hanno studiato soprattutto scienze politiche. Persone che sono interessate a vivere la non violenza. Volontari che, per un periodo breve o più lungo, un mese o più mesi, abbandonano studi e lavoro e vanno all’estero.

Fino ad oggi quante persone hanno preso parte ai progetti di Operazione Colomba?
Qualche migliaio di persone.

Voi siete contro l’invio di armi all’Ucraina. Tuttavia, se quel paese non fosse stato aiutato, probabilmente Putin lo avrebbe conquistato. La legittima difesa non è necessaria quindi in caso di aggressione?
Io sono favorevole in caso di aggressione. Tuttavia, quando mi viene posta questa domanda, dico sempre che non ho il potere del presidente degli Stati Uniti. Il mio raggio di azione non è su quello, ma sullo spazio di intervento umano. Se devo dire come la vedo in Ucraina è che siamo chiamati al capezzale di un malato che ha avuto una vita difficile, che ha mangiato male, bevuto e fumato troppo. Ci viene detto: “Adesso lo guarisci”. Ma si fa fatica.

Alberto Capannini con il figlio a Odessa
cappellini

Bisogna provarci però
Certo. Ma le dico un’altra cosa. Per preparare la Carovana della pace siamo andati a trovare il capo maglia dell’ambasciata italiana ad Odessa. Ci ha detto di non venire perché era una zona a rischo e il nostro intervento poteva compromettere la zona. Io gli ho risposto che, se la zona era rischiosa, loro non dovevano continuare a dare armi. Lui mi ha detto che qui c’era il drago e che, di fronte al drago, devi difendere gli innocenti. Io gli ho risposto: “Al drago abbiamo dato da mangiare noi. Non è cresciuto per caso, ma gli abbiamo dato i soldi del gas e quello ha contributo a farlo diventare tale. Ognuno si deve prendere le sue responsabiltà. Abbiamo commerciato in tutti i modi con lui e adesso diciamo che Putin è cattivo. E’ quello che gli abbiamo permesso di diventare”.