Mykolaiv brucia, la strategia del terrore dei russi contro i civili

Lo scopo dei continui bombardamenti è di costringerli a vivere in un continuo stato di allerta e tensione, affamarli bruciando i campi di grano e avvelenando e bombardando gli acquedotti

Con questa testimonianza continuiamo una serie di racconti da Odessa da parte di attivisti dell’Operazione Colomba, che raccoglie i volontari di pace dell’Associazione Papa Giovanni XXIII di Rimini, attivi nelle zone di guerra per fare un’interposizione non violenta, ma anche di persone che vivono nella città del sud dell’Ucraina che potrebbe essere il prossimo obiettivo degli invasori russi. Chi scrive, da Odessa, è Carla Zurlo, volontaria di Operazione Colomba (foto da Telegram).

MYKOLAIV (Ucraina del Sud) – Sono da poco passate le 9.30 a Odessa e sui canali Telegram le notizie si rincorrono. Mykolaïv brucia. Bruciano due università, case private e centri commerciali. Stamattina sono già 10 le esplosioni avvertite. Se prima i russi bombardavano la mattina presto verso le 4, così da stremare la popolazione e non farle dormire sonni tranquilli, stavolta hanno colpito alle 7, ben consapevoli che a quell’ora la città inizia a svegliarsi e la gente per strada è più numerosa. La logica del terrore è chiara. Colpire i civili, costringerli a vivere in un continuo stato di allerta e tensione, affamarli bruciando i campi di grano e avvelenando e bombardando gli acquedotti.

Camminando per le strade quasi deserte di Mykolaïv è facile accorgersi di come prima della guerra dovesse essere una bella città. Se a Odessa e Kiev si respira un clima surreale perché negozi, eventi musicali e parchi gremiti di gente stonano con il rumore delle bombe lontane ed il suono delle sirene antiaereo, a Mykolaïv la guerra si sente e si vede. Il fronte dista appena 15 chilometri. Gli ampi viali alberati sono ora occupati da sacchi di sabbia, posti di blocco, edifici distrutti e dalle lunghe attese per l’acqua e i beni di prima necessità.

L’impressione è che a Mykolaïv siano rimasti anziani, uomini, ed in generale chi già prima della guerra aveva poco o nulla. Di mezzo milione di abitanti ne sono rimasti la metà, tra cui M.

M. è una volontaria che ogni giorno coordina un piccolo gruppo che, attraverso Telegram ed Instagram, raccoglie le richieste di aiuto dei cittadini di Mykolaïv e organizza la distribuzione domiciliare di cibo e medicine. M. ha la faccia scavata, un’espressione stanca, le unghie mangiate fino a farsi uscire il sangue e si accende una sigaretta dietro l’altra.

Chi come M. ha deciso di restare lo ha fatto perché “non puoi farti condizionare dalla guerra. Questo però non significa che non hai paura”. M. pare nutrirsi solo di ansia e tabacco. Ci sediamo ad un ristorante per mangiare, lei ordina solo un bicchiere d’acqua. Ci racconta: “Non riesco più a mangiare e dormire. Grazie per essere qui, perché posso prendermi un po’ di tempo normale”.

L’unico motivo per cui M. è rimasta è perché ha un figlio ed un marito che lavora come artificere. Ci dice che in guerra tutto cambia. I bar e le chiese si trasformano in centri di raccolta e distribuzione di cibo e acqua potabile oppure in rifugi. Ai lati delle strade vediamo copertoni, con dentro molotov, pronti ad essere incendiati nel tentativo di rallentare l’avanzata delle truppe russe. Anche i nomi delle strade cambiano. Così il viale dedicato agli eroi di Stalingrado ora è intitolato agli eroi della resistenza di Mariupol.

M. ci parla di Kherson, ormai isolata senza acceso a internet. “Se vuoi uscire devi pagare, sperando che poi non ti sparino alle spalle. Lasciare le zone occupate dalla Russia è più facile ma molti, soprattutto nelle campagne non vogliono farlo. Non vogliono abbandonare i loro animali, mucche, cavalli, pecore e maiali. Non vogliono abbandonare le loro terre una volta fertili ed ora ridotte a cimiteri di lamiere e pezzi di razzo. Non c’è acqua, non c’è elettricità, l’unica cosa che puoi fare è arruolarti”.
“Se non avessi un figlio, sarei a lanciare molotov contro i russi”, aggiunge sorridendo.

Poi prende il telefono e comincia a sfogliare le foto. Ci mostra prati, montagne e mare. Lei che va a cavallo, che risale un fiume. Lei quando semplicemente era felice e poteva permettersi il lusso di fare progetti. Le foto, i ricordi, lasciano spazio alla nostalgia. La nostalgia di un futuro e che in 143 giorni si è trasformato in passato.

(2 – continua)