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Angeli e Demoni, il pm Salvi: “Bimba fu allontanata per voci di paese”

Il sostituto procuratore dice di fronte alla commissione parlamentare di inchiesta: "Dare le indagini agli assistenti sociali è il vulnus del sistema"

REGGIO EMILIA – Una minore coinvolta nei “fatti di Bibbiano” fu allontanata da casa sulla base di “voci di paese” secondo cui il “padre o il nonno” abusavano di lei. A rivelarlo è Valentina Salvi, sostituto procuratore di Reggio Emilia che sostiene la pubblica accusa nel processo “Angeli e Demoni”, ascoltata oggi in videocollegamento con la Camera dalla commissione parlamentare di inchiesta sulle comunità di accoglienza dei minori. Il magistrato ha reso pubblico l’episodio per esemplificare una delle criticità riscontrate in un sistema, quello degli affidi di bambini in val d’Enza, più volte definito nel corso dell’audizione “patologico” e “inquietante”.

Uno dei nodi emersi è dunque per Salvi che “il tribunale dei minorenni non dispone della possibilità di effettuare delle indagini sulla situazione rappresentata dagli assistenti sociali. Nel mio caso pervenivano delle relazioni in cui venivano ricostruiti fatti e riportati ‘elementi di prova’ non veritieri e l’autorità ratificava le relazioni”. Questo perché, spiega il pubblico ministero, “in questo tipo di procedimenti, che implicano ripercussioni anche sulla libertà personale, gli elementi di prova nell’immediatezza dei fatti vengono sostanzialmente raccolti solo dagli assistenti sociali che a mio avviso non sono soggetti qualificati per effettuare una ricostruzione dei fatti”.

Infatti “non c’è un intervento specifico della Polizia giudiziaria e mio avviso questo è un dato che dovrebbe essere modificato perché l’assistente sociale sia nel mio caso – in cui le persone sono imputate e quindi dal mio punto di vista ritenute in malafede – ma anche nei casi ordinari, non sono soggetti qualificati per poter svolgere delle indagini”.
Per la minore citata da Salvi come caso emblematico, ad esempio, la dicitura “voci di paese” fu trovata tra gli appunti degli operatori che quindi “utilizzavano informazioni generiche, non determinate e provenienti da fonti non qualificate. A volte sono rimasta basita da questa indeterminatezza”, sottolinea Salvi.

Per il Pm, altro nodo da sciogliere è poi quello della mancanza di “un vero proprio contraddittorio”, nel processo minorile, nell’immediatezza dei fatti. “Gli atti vengono secretati e molto spesso i genitori non hanno la possibilità di visionare i provvedimenti che contengono le motivazioni dell’allontanamento per molti mesi”, spiega. Inoltre “non c’è la possibilità che quel provvedimento dell’autorità giudiziaria sia vagliato da un’altra autorità come avviene nel caso dell’arresto (con ricorso al tribunale del Rieame, ndr)”. Ulteriore problema segnalato, riguarda il fatto che le audizioni dei genitori a cui i bambini sono stati sottratti (una dozzina oggi tutti tornati a casa, ndr) si svolgevano a distanza di circa due mesi davanti a giudici non togati ma onorari, che secondo Salvi “non avevano competenze specialistiche”.

A connotare l’inchiesta reggiana anche la scelta dei genitori affidatari, selezionati non sulla base di elenchi di persone idonee, ma scelti dalla rete amicale della ex dirigente dei Servizi sociali della val D’Enza Federica Anghinolfi. E “spesso anche all’improvviso, senza che i genitori soggetti fossero preparati a gestire la situazione”, precisa il sostituto procuratore. A lasciare che i presunti soprusi sui minori proseguissero, anche per “tre, quattro o cinque anni” contribuiva infine anche che “in alcuni casi il tutore dei bambini allontantati coincideva con la figura del dirigente dei Servizi sociali, con un palese di conflitto di interesse e nessun tipo di controllo parallelo”.

Salvi conclude ribadendo la necessità, che sostiene da sempre, “che le sedute dei minori coinvolti in inchieste siano videoregistrate”. Se “fosse accaduto- conclude il magistrato- nella nostra inchiesta le false relazioni degli assistenti sociali non ci sarebbero state” (fonte Dire).