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Processo Billions su fatture false, nuove eccezioni

Difensori non reggiani invocano un difetto di competenza territoriale

REGGIO EMILIA – Partita a scacchi sulle eccezioni preliminari nel processo “Billions” di Reggio Emilia collegato all’omonima operazione di Squadra Mobile e Guardia di finanza reggiane che, a settembre dell’anno scorso, ha scoperchiato una piramide di finanza illecita basata sulle false fatturazioni. Un maxi sequestro di 24 milioni ritenuti provento di operazioni illegali per 80, 51 misure cautelari eseguite all’epoca in tutta Italia e 193 richieste di rinvio a giudizio per vari reati, di cui 50 anche per associazione a delinquere, sono i numeri dell’inchiesta.

Nell’udienza di stamattina, in dettaglio, alcuni avvocati difensori esterni al foro di Reggio hanno sollevato un difetto di competenza territoriale, sostenendo che l’eventuale processo dei loro assistiti debba svolgersi là dove le aziende incriminate avevano sede legale (Parma, Mantova, Verona e Vicenza tra le altre). Sono inoltre state formulate delle richieste di interrogatorio degli indagati finalizzate al patteggiamento.

Tutte questioni su cui il Gup si pronuncerà nella prossima udienza, fissata il 23 novembre. Le persone indagate – una decina in Emilia-Romagna – sono tutte accusate di far parte di un’organizzazione criminale attiva in 14 regioni e specializzata nell’offrire “servizi” di emissione di fatture per operazioni inesistenti, consentendo così alle imprese beneficiarie l’abbattimento dei propri redditi imponibili. Il sodalizio, stando a quanto ricostruito dagli investigatori, era particolarmente articolato nei ruoli e nelle competenze.

I capi gestivano dieci cellule operative che potevano contare su società di comodo (delle vere e proprie “cartiere”) create al solo scopo di emettere fatture false. C’erano poi dei “prelevatori” professionali di denaro da sportelli bancomat e procacciatori di società interessate ad ottenere i servizi finanziari illegali. Infine, nel gradino più basso, una vasta schiera di “prestanome” di aziende che emettevano le fatture. Il meccanismo funzionava così: l’impresa beneficiaria procedeva al pagamento integrale della falsa fattura.

L’importo veniva quindi prelevato in contanti da soggetti appositamente incaricati che, per non destare sospetti, effettuavano numerose operazioni nei bancomat di diversi uffici postali. Il denaro veniva infine consegnato ai capi dell’associazione che lo restituivano alle imprese beneficiarie, al netto di una “commissione” per il “servizio” prestato. Le somme movimentate in questo modo sono state stimate in 240 milioni.

Tra i reati contestati anche l’autoriciclaggio, che gli organizzatori effettuavano attraverso società estere su cui trasferivano parte dei guadagni criminali, che venivano poi reinvestiti, sempre fuori Italia, in attività commerciali lecite. Un altro capo di imputazione riguarda la bancarotta fraudolenta per la “dismissione” di quattro società “cartiere” non più utili al disegno criminale, del valore di oltre 7 milioni. Tra gli indagati risultano infine anche 9 persone beneficiarie del reddito di cittadinanza.

Alcuni dei coinvolti non sono degli anonimi: Luigi Brugnano, Giuseppe Aloi e Alfonso Frontera sono stati coinvolti nell’inchiesta Aemilia contro la ‘ndrangheta. Francesco Veroni, 78 anni, è il presidente del salumificio Fratelli Veroni di Correggio, indagato per frode fiscale. Un altro degli indagati, comparso recentemente in un fatto di cronaca, è quello di Antonio Sestito, figlio di Dante Sestito. Il padre Dante è accusato di aver ucciso con un colpo di pistola nella sua officina, sabato scorso, Salvatore Silipo. Antonio, che non è indagato nell’omicidio, era al suo fianco. Per Sestito erano stati disposti i domiciliari, oggi tramutati in obbligo di firma.