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Le rubriche di Reggiosera.it - Interventi

Saman, perdonaci: non abbiamo saputo proteggerti

La vicenda della 18enne, chiusa in un casolare nelle campagne di Novellara come se si trovasse in qualche sperduta regione del Pakistan, pone seri interrogativi sul nostro modello di integrazione

REGGIO EMILIA – La vicenda di Saman Abbas, la 18enne scomparsa e probabilmente uccisa dalla famiglia perché non aveva voluto accettare un matrimonio combinato, pone alla nostra comunità degli interrogativi inquietanti sul processo di integrazione che è realmente in atto nelle comunità di immigrati che arrivano nel nostro Paese e su come le istituzioni italiane siano in grado di fare rispettare le leggi e i diritti civili di queste ragazze.

Saman è arrivata in Italia circa cinque anni fa quando aveva 13 anni. Ha sostenuto l’esame di terza media nel nostro Paese e poi è sparita dai radar della scuola e della società. Una ragazzina di 14 anni viveva a Novellara, praticamente rinchiusa in casa, e non andava a scuola. Eppure la scuola dell’obbligo in Italia è fino a 16 anni. E’ vero che non esistono norme penali che puniscono i genitori che non mandano i figli alle prime due classi delle scuole superiori, tuttavia è singolare che non ci sia stato un controllo dei servizi sociali del Comune per capire perché questo non avvenisse.

La 18enne, in sostanza, è vissuta praticamente segregata in un casolare nelle campagne di Novellara, senza avere contatti con l’esterno, come se, invece che in Emilia, si trovasse in qualche sperduta regione del Pakistan. Nessuno, praticamente, era al corrente dell’esistenza di questa povera ragazza. Saman, nel dicembre scorso, ha il coraggio di ribellarsi al matrimonio combinato e, finalmente, entrano in azione i servizi sociali del Comune di Novellara. La tutelano e la fanno portare in una località protetta a Bologna.

Qui, però, si apre una seconda falla nel sistema che già aveva ignorato, fino alla denuncia del matrimonio combinato, l’esistenza della povera Saman. La ragazza diventa maggiorenne. Può decidere liberamente e quindi l’11 aprile scorso esce dalla comunità e torna a casa dai genitori. Sarà la sua condanna a morte. Ora la domanda è: nessuno ha cercato di consigliarla di evitare di fare una cosa del genere? Vero che era maggiorenne, ma è anche vero che, sicuramente, subiva l’influenza della famiglia e aveva la necessità di recuperare quegli affetti troncati così bruscamente. Nessuno le è stato vicino per farle capire quanto poteva essere pericoloso quel ritorno? Non lo sappiamo.

Quel che sappiamo è che, probabilmente, questa vicenda ha avuto un epilogo tragico. Tuttavia, perché il sacrificio di Saman non sia inutile, sarebbe bene che imparassimo qualcosa da questa vicenda. Manca, in questi giorni, una riflessione seria da parte delle parti politiche, su quanto è accaduto. Nel centrodestra si cerca di speculare facendo intendere che quello che è avvenuto è figlio di una politica migratoria poco accorta da parte del centrosinistra.

Ma nel centrosinistra, che amministra Novellara e la maggior parte dei Comune reggiani, si assiste ad un silenzio assordante, quasi come se ci fosse imbarazzo nel riconoscere che qualcosa non ha funzionato nel modello di integrazione portato avanti in questi decenni. Eppure, almeno nel caso di Novellara, è evidente che questo modello ha fallito. Ora bisogna chiedersi quante Saman ci sono attualmente in Italia e in provincia di Reggio Emilia. I servizi sociali dei Comuni dovrebbero fare un censimento di quante ragazze, in età scolastica, appartenenti alle comunità islamiche e non solo, vivono in questa provincia e incrociare i dati con quelli degli istituti scolastici per vedere se frequentano le nostre scuole nell’età dell’obbligo. Se non lo fanno sarebbe bene contattarle per verificarne i motivi, perché la scuola è il primo motore dell’integrazione di queste ragazze.

Lo dobbiamo a Saman, al suo sogno di essere italiana un giorno e alla sua caparbietà di rifiutare un matrimonio combinato che l’ha portata alla morte.

Paolo Pergolizzi