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“La morte di Vanna ci deve fare riflettere sui giudizi sommari”

L'ex assessore Serena Foracchia interviene sulla vicenda della maestra morta pochi giorni prima del processo per i presunti malatrattamenti ai suoi bambini: "Intorno a lei un silenzio vergognoso. Se siamo città delle persone dobbiamo aiutare chi cade"

REGGIO EMILIAQuando c’è stato bisogno di prendere posizione per chiedere che non fosse lasciata isolata nell’affrontare accuse pesantissime non ho potuto parlare. Mi era stato consigliato di restare in disparte e di non prendere posizione, per il ruolo che ricoprivo, per la storia che avevo e perché le indagini dovevano fare il loro corso.

Ho preso informazioni su come stesse Vanna e ci eravamo risentite solo di recente nell’estate quando, cambiate le mie condizioni di lavoro, mi ha ricontattata per chiedermi se ero disposta ad essere parte della sua difesa. Volentieri ho dato la disponibilità… per potere essere una voce che raccontava una storia diversa, per essere di supporto, per potere colmare quel silenzio che sentivo pesantissimo e quel vuoto attorno che mi è da subito sembrato vergognoso. Così abbiamo affrontato lo shock iniziale io, mio marito e con noi altri genitori che temevano per i bimbi, ma al contempo riconoscevano nella maestra Vanna un riferimento per i nostri bambini; abbiamo ridimensionato le parole e cercato di comprendere per non agire d’impulso.

Abbiamo partecipato a incontri e riunioni lunghe e talvolta disorientanti… non trovandoci né nella violenza ed irruenza di emozioni parole e affermazioni, né nel distacco assunto di chi si era già fatto giudice…. Non credo nei processi sommari né verso una parte ne verso l’altra. Si fa prestissimo a gettare nel discredito una persona, un‘istituzione, una famiglia, un insieme di persone che lavorano per anni con responsabilità. Ne abbiamo avute fin troppe di prove della forza distruttiva che hanno i processi sommari e dobbiamo imparare a rifiutarli.

Non posso dire con certezza se ci sono stati errori, comportamenti scorretti o l’entità della gravità di quanto accaduto, ma so che esiste un rispetto delle persone e che nell’errore e nella correzione dell’errore il rispetto esige che le relazioni si possano mantenere. L’errore non può essere umiliazione, non può essere privazione, assenza di correzione, non può essere isolamento dalla comunità dei colleghi, non deve essere continuo attacco e deve dare margini e possibilità di risposta, deve poi anche essere compreso e prevenuto, altrimenti le istituzioni non crescono.

Vanna ci ha insegnato anche in questo passaggio difficile. Ci ha insegnato come genitori che non dobbiamo rovinare la vita delle persone anche se commettono errori, ci ha insegnato a essere critici, a non essere esagerati o facili prede di agitatori. Ci ha insegnato a volere continuare la relazione, ci ha mostrato che non è giusto essere lasciati soli quando si costruisce assieme un percorso, ci ha insegnato che la relazione rimane e deve rimanere…. È nella relazione che noi esistiamo e possiamo migliorare.

Vanna ha aiutato molti bambini, era la maestra di Cecilia. Io la posso raccontare per l’impatto che ha avuto su me e su Cecilia che la ricorda con affetto, come la maestra che insegnava come si stava a tavola, una maestra “morbida” la definiva lei, la mia bambina che si ricorda che sgridava, ma che non è assolutamente rimasta toccata né nella gioia, ne nella sua felicità di vivere, nella sua irrequietezza e simpatia ne minimamente disturbata nell’andare a dormine al pomeriggio. Vanna è stata maestra per Cecilia e per me…una maestra.

Quanto accaduto, la morte di Vanna ci deve fare riflettere sull’esito dei giudizi sommari, sulla violenza con cui i diritti di taluni prevalgono sui diritti degli altri, su cosa significa effettivamente basarsi sulle persone e costruire con le persone, in gruppo, in equipe un percorso, se si è insieme si resta insieme e ci si aiuta.

Perché chi cade non può essere abbandonato senza stipendio e senza rete quando ha dedicato la propria vita professionale e molto del proprio tempo, anche non lavorativo, a stare sui progetti pedagogici per gli altri e con gli altri. Mi metto nei suoi panni, non vorrei essere lasciata sola, non sopporterei di non potere spiegarmi, di non potere discutere…. La relazione aiuta chi cade a tirarsi su, chi ha subito a esporre il proprio rammarico, non si può amministrare negando la relazione o isolando le persone, anche coloro che commettono errori. Soprattutto non possiamo lasciare che prima ancora che la giustizia abbia fatto il suo corso ci siano condanne sommarie che di fatto diventano macigni pesantissimi da portare per talune persone.

Vanna è morta per cause naturali, ci hanno tenuto a comunicarmi, perché aveva una predisposizione congenita ed era soggetto a rischio, comunque sottoposta a controlli… ma il processo per Vanna, il corso normale della giustizia si apriva il prossimo 5 novembre e nulla mi toglie dalla testa che, nonostante fosse un soggetto a rischio, un anno di sofferenze preoccupazioni e tensioni psicologiche abbiano fatto la loro parte in questo epilogo. Spero che molte persone si fermino a pensare, come ho fatto io, come hanno fatto altre mamme e colleghe… penso a chi le è stata accanto ed a chi le ha fatto il vuoto intorno, chi la voleva aiutare ed a chi è riuscito a giudicarla e a decretare la sentenza…

Sono troppe le occasioni in cui vediamo questo copione riproporsi, ma non vedo ancora come persone e come città il rifiuto di questi atteggiamenti. Se siamo città delle persone, città che è al centro di un sistema di lavoro comune e di attenzione alle persone dobbiamo curare la relazione e sviluppare anticorpi non solo come singoli, ma come comunità che ci consentano di fare fronte a questi attacchi e che ci riportino con i piedi per terra di fronte agli agitatori… in questa solidità delle relazioni sta il futuro.

Serena Foracchia, ex assessore alla Città internazionale