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Marta Serafini: “La guerra è digitalizzata, ma a morire sono ancora i corpi”
L'inviata del Corriere della Sera, Marta Serafini

L’inviata del Corriere della Sera, racconta il paradosso dell’Ucraina: droni, app e intelligenza artificiale cambiano il modo di combattere, ma la risorsa più difficile da trovare restano gli uomini

REGGIO EMILIA – La guerra in Ucraina è spesso raccontata attraverso le immagini dei droni, l’intelligenza artificiale, i satelliti, i software, i dati e i sistemi di sorveglianza. È una guerra profondamente tecnologica, forse il primo grande laboratorio bellico dell’era digitale. Ma dietro questa trasformazione resta una realtà antica quanto la guerra stessa: i corpi.

È da qui che parte Marta Serafini, inviata del Corriere della Sera, nel suo intervento dedicato alla mobilitazione dell’Ucraina. Una riflessione che mette al centro non soltanto le strategie militari, ma soprattutto il rapporto tra guerra, democrazia, consenso e sacrificio individuale.

“Quando parliamo della guerra di oggi pensiamo quasi sempre alla tecnologia: droni, intelligenza artificiale, satelliti, software e dati. Ed è giusto farlo, perché quella in Ucraina è davvero una guerra profondamente digitalizzata. Ma c’è una verità molto più antica e scomoda: le guerre continuano a essere fatte di corpi. E nelle guerre lunghe la risorsa più difficile da trovare non sono le armi, ma le persone”.

È questo, secondo Serafini, il nodo centrale della mobilitazione ucraina. Non basta produrre o acquistare armamenti. Servono uomini da mandare al fronte, da mantenere in prima linea e da sostituire quando vengono uccisi, feriti, mutilati o semplicemente non sono più in grado di continuare.

“L’Ucraina è contemporaneamente il laboratorio della guerra del futuro e il luogo in cui si continua a morire in un modo terribilmente antico. Ci sono i droni sopra la testa e le trincee sotto i piedi, le applicazioni sullo smartphone e il corpo esposto al fuoco. C’è uno Stato che si digitalizza e, nello stesso tempo, la nudità di un uomo che viene portato via dalla strada”.

Per questo la mobilitazione, nella lettura della giornalista, non è soltanto una questione militare. È amministrativa, politica e soprattutto democratica. Perché significa decidere chi dovrà mettere il proprio corpo a disposizione di una scelta collettiva.

“Quando uno Stato democratico viene aggredito non può semplicemente aspettare che un numero sufficiente di cittadini si offra volontariamente. A un certo punto deve chiedere, pretendere e mobilitare. Ma proprio qui comincia il rischio: una guerra lunga può spingere una democrazia a diventare più opaca, coercitiva e invasiva, fino a rischiare di assomigliare sempre meno a ciò che sta cercando di difendere”.

La crisi della fiducia
Il problema, dunque, non è soltanto quanti uomini riescano a essere reclutati. È quanto gli uomini chiamati a combattere si fidino dello Stato. Serafini racconta tre figure incontrate durante il lavoro in Ucraina: chi cerca di sottrarsi alla leva per paura di morire o di finire dentro un sistema percepito come arbitrario; chi è stato costretto a partire e ha sperimentato direttamente la coercizione; e chi invece è partito volontariamente, per patriottismo o per reagire all’invasione, ma dopo anni di guerra non riesce ancora a tornare a casa.

“Queste tre persone raccontano la stessa crisi da tre punti diversi: una crisi di fiducia. C’è chi si nasconde, chi è stato preso e chi è partito volontariamente ma non riesce a tornare. Il problema non è soltanto convincere qualcuno a partire. È anche garantire a chi parte che esista un orizzonte, che ci siano tempi, regole e la possibilità di tornare”.

Nel frattempo, la mobilitazione forzata è diventata una delle immagini più controverse della guerra ucraina. Serafini richiama il fenomeno definito con un termine diventato ormai di uso comune, “busificazione”: il fermo di uomini per strada da parte delle squadre di reclutamento e il loro trasferimento verso gli uffici della leva o le strutture militari.

“La mobilitazione diventa esperienza fisica. Una persona sta andando al lavoro, attraversa una strada, vive una giornata normale e improvvisamente scopre che il proprio corpo appartiene alla guerra. È il momento in cui una procedura amministrativa diventa qualcosa di concreto e coercitivo”. La conseguenza è una frattura sempre più evidente tra cittadini e istituzioni. Serafini cita i casi di aggressione contro il personale del reclutamento e le denunce presentate nei confronti degli uffici territoriali, fenomeni che considera il sintomo di un problema più profondo.

“La mobilitazione non è più soltanto un dovere nazionale. È diventata uno dei principali punti di attrito della vita pubblica ucraina. Da una parte ci sono cittadini che iniziano a vivere lo Stato come una minaccia. Dall’altra c’è uno Stato che deve cercare i propri cittadini, rintracciarli, convocarli e in alcuni casi costringerli”.

La tecnologia non basta
La risposta dell’Ucraina è passata anche dalla digitalizzazione. Applicazioni e strumenti informatici sono stati introdotti per rendere più semplice l’aggiornamento dei dati, regolarizzare le posizioni e ridurre la burocrazia. Ma anche qui emerge il paradosso della guerra digitale.

“La tecnologia può rendere un sistema più rapido, trasparente ed efficiente. Ma può essere anche uno strumento di controllo. Un database perfetto non risolve una crisi di fiducia. Se il cittadino pensa che chi è ricco o ben connesso possa evitare la leva, la tecnologia non genera fiducia: produce soltanto efficienza amministrativa”.

Ed è proprio la corruzione a rappresentare uno degli elementi più corrosivi. Certificati medici falsi, diagnosi comprate, intermediari e scorciatoie per evitare il reclutamento alimentano la percezione di una società nella quale il sacrificio non viene distribuito allo stesso modo.

“Una società può sopportare sacrifici enormi, il dolore, la paura e persino l’obbligo. Sopporta molto meno l’idea che il sacrificio non sia uguale per tutti. Quando alcuni possono comprarsi l’uscita mentre altri vengono fermati per strada, la mobilitazione non appare soltanto dura: appare ingiusta”. Da qui la questione più difficile: che cosa deve fare una democrazia quando non dispone di abbastanza volontari per sostenere una guerra lunga?

La leva obbligatoria può essere necessaria per garantire la sopravvivenza di uno Stato aggredito, osserva Serafini, ma rischia contemporaneamente di consumarne il consenso. Affidarsi soltanto ai volontari può essere moralmente più semplice, ma potrebbe non essere sufficiente davanti a un avversario più grande e disposto a sostenere costi umani elevatissimi.

La soluzione, secondo la giornalista, non può essere affidata né alla retorica patriottica né alla tecnologia. “Il problema non è stabilire se la leva sia giusta o sbagliata in assoluto. La domanda è a quali condizioni una società democratica può accettarla. Il caso ucraino indica almeno tre condizioni: trasparenza, giustizia e un limite temporale. Bisogna sapere chi sarà chiamato, secondo quali criteri e per quanto tempo”.

“La tecnologia non ha abolito la carne”
Alla fine, però, tutti i numeri e tutte le procedure tornano alla questione iniziale: i corpi. Serafini racconta di aver visto i corpi dei soldati morti e di come quell’esperienza cambi radicalmente il modo di guardare alla mobilitazione.

“Quando hai visto davvero i corpi dei soldati morti, la discussione sulla mobilitazione cambia. Non diventa più semplice, ma forse diventa più onesta. Perché capisci che non stai parlando soltanto di sistemi, piattaforme e procedure. Stai parlando di persone che vengono mandate verso la morte o verso la possibilità concreta di morire”.

È questa, per Serafini, la contraddizione più profonda della guerra contemporanea. Nonostante droni, satelliti, software e intelligenza artificiale, sul campo continuano a morire esseri umani. “La guerra digitalizzata esiste, naturalmente. Esistono i droni, le app, i database e i software. Ma niente di tutto questo ha abolito la carne. Niente ha abolito il sangue e la vulnerabilità dei corpi”.

Da qui anche la necessità di sottrarre la mobilitazione alla semplificazione. Non può essere soltanto patriottismo, ma nemmeno soltanto egoismo. E non può essere ridotta alla definizione burocratica di “risorse umane”.

“Quando parliamo di risorse umane in guerra stiamo parlando di esseri umani che possono essere uccisi, mutilati, dispersi, feriti, stanchi e che possono non tornare. Questo non significa negare il diritto di uno Stato aggredito a difendersi. Quel diritto esiste e, in determinate condizioni, può comprendere anche la leva. Ma ogni volta che una democrazia mobilita i propri cittadini dovrebbe farlo con una sorta di tremore morale”.

Perché ciò che viene chiesto non è soltanto tempo, denaro o obbedienza a una norma. È il corpo. È una parte della vita. È la possibilità di non tornare. Ed è proprio qui che il caso ucraino, secondo Serafini, smette di riguardare soltanto l’Ucraina e diventa una domanda per tutte le democrazie europee.

“La domanda non è soltanto come si combatte una guerra lunga. È quanto può chiedere una democrazia ai propri cittadini prima di smettere, almeno in parte, di assomigliare a ciò che sta cercando di difendere”.

La lezione della guerra in Ucraina, conclude la giornalista, è dunque anche una lezione sui limiti della tecnologia. “La tecnologia può migliorare i processi, rendere lo Stato più efficiente, ridurre il caos e persino contenere alcuni abusi. Ma non può sostituire il consenso dei cittadini. E soprattutto non può cancellare il fatto che la guerra, anche quando è digitalizzata, continua a passare attraverso i corpi”.