Il film di Nolan cita la legge di Zeus Xenios: prima si accoglie lo straniero, poi si chiede il nome. L’Occidente, invece, ha scelto muri, respingimenti e paura
REGGIO EMILIA – Nell’Odissea la legge più alta non era quella degli uomini. Era di Zeus. Zeus Xenios. Il dio che proteggeva chi bussava senza niente. La regola era una: prima cibo, acqua, un letto. Solo dopo il nome. Perché quello davanti a te poteva essere un dio travestito. Violare l’ospitalità era empietà. E l’empietà si pagava.
Ho visto l’Odissea di Nolan e ho capito: non è un film sul passato. È, fra le tante cose, anche un processo all’Occidente di oggi. L’unica accoglienza vera nel film è Atena. Gira senza farsi riconoscere. Aiuta Ulisse quando è ridotto a niente. Non chiede documenti. Tende la mano e basta. È quello che dovremmo essere.
Invece, con chi vive un’Odissea simile a quella di Ulisse per arrivare sulle nostre coste, abbiamo fatto l’opposto. Abbiamo sostituito Zeus con i decreti. Il banchetto con le impronte digitali. I doni con i respingimenti. Il mare con un muro. Li teniamo anni in un limbo e poi li respingiamo. Li lasciamo affogare e li chiamiamo “emergenza”. Chiediamo il nome dieci volte prima di dare acqua. Poi ci pentiamo quando il mare restituisce cadaveri.
L’Odissea fa una sola domanda a ogni civiltà: cosa fai quando arriva uno straniero? Atena risponde proteggendo. Noi rispondiamo chiudendo. La Xenìa non è buonismo. È legge. È il confine tra civiltà e barbarie. E la fattura per averlo dimenticato, prima o poi, arriverà anche per noi.

