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E adesso Andrea Pellati dove lo rimpatriamo?

Sull’omicidio del pizzaiolo la Lega ha trasformato la cronaca in propaganda, invocando remigrazione e rimpatri prima ancora di conoscere i fatti. Poi la realtà ha presentato il conto

REGGIO EMILIACi sono figuracce politiche e poi ci sono quelle che dovrebbero imporre, quantomeno, un salutare esame di coscienza. Quella rimediata ieri dalla Lega, sul brutale omicidio del pizzaiolo di Reggio Emilia, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

A poche ore dal delitto, con le indagini ancora in pieno svolgimento e con una ricostruzione dei fatti inevitabilmente parziale, dalla Lega sono partiti comunicati stampa dai toni durissimi e dalle conclusioni, col senno di poi, a dir poco spericolate. Tommaso Fiazza, capogruppo del Carroccio in Regione, tuonava: “Chi uccide per una pizza non può avere posto nella nostra comunità. Avanti con la remigrazione”. Sulla stessa linea la deputata Laura Cavandoli: “La vita umana non può valere meno di una pizza. Tolleranza zero e rimpatrio per chi porta violenza nel nostro Paese”.

Il sottinteso era talmente evidente da non avere bisogno di essere esplicitato: l’assassino doveva essere per forza uno straniero, un immigrato, l’ennesima prova — nella narrazione leghista — di un Paese sotto assedio. Peccato che ci fosse un piccolo problema: nessuno, in quel momento, poteva affermarlo.

La maggior parte dei giornali online, non a caso, si era guardata bene dal scriverlo. Non per pruderie ideologica, non per omertà, non per il solito fantomatico “politicamente corretto” evocato a sproposito. Semplicemente per un motivo molto più banale e molto più serio: fare cronaca significa attenersi ai fatti. E i fatti, in quel momento, non consentivano di stabilire con certezza la nazionalità dell’omicida. I testimoni non erano in grado di dirlo, le forze dell’ordine non lo avevano comunicato, i giornalisti che stavano seguendo la vicenda sul campo lo sapevano bene.

Poi, poche ore dopo, la realtà ha fatto irruzione nel teatrino della propaganda. L’assassino non era un immigrato. Non era uno straniero. Non era il bersaglio perfetto di slogan su remigrazione e rimpatri. Era Andrea Pellati, 43 anni, reggiano, italianissimo. A quel punto è arrivata la retromarcia. Rapida, silenziosa, inevitabile. I comunicati precedenti sono stati ritirati, come se cancellare un testo potesse cancellare anche il cortocircuito politico che lo aveva generato.

Ma il punto non è la singola gaffe. Il punto è il meccanismo. Ogni volta che la cronaca nera offre uno spiraglio utile ad alimentare paure identitarie, una parte della politica si precipita a riempire i vuoti con suggestioni, slogan e scorciatoie ideologiche. Prima ancora di capire cosa sia davvero successo, il colpevole deve già combaciare con il bersaglio politico del momento. Se poi i fatti smentiscono la narrazione, pazienza. Si cancella un comunicato e si passa oltre.

Eppure questa vicenda dimostra esattamente il contrario: la cronaca nera è un terreno scivolosissimo. Pretende prudenza, verifica, rispetto per i fatti. Esattamente ciò che dovrebbe fare il giornalismo serio e che la politica farebbe bene a non dimenticare. Sarebbe auspicabile che le forze politiche smettessero di cavalcare ossessioni sempre più simili alle suggestioni vannacciane, dove ogni crimine diventa automaticamente il tassello di una guerra culturale tra “noi” e “loro”. Perché la realtà, fortunatamente o purtroppo, è quasi sempre più complessa della propaganda.

E allora resta una domanda, inevitabile e persino crudele nella sua semplicità. Se la soluzione era il rimpatrio, adesso Andrea Pellati dove lo rimpatriamo?