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Tragedia di Modena, oltre gli slogan: il disagio mentale che la politica non vuole vedere

Il ministro Salvini trasforma la vicenda in un caso identitario, ma la domanda vera forse è un’altra: come vengono curate oggi le persone fragili in un Paese sempre più arrabbiato e solo?

REGGIO EMILIAL’investimento di Modena è già diventato qualcosa di più di una tragedia. È diventato un terreno di scontro politico, identitario, simbolico. E le parole del ministro Matteo Salvini lo dimostrano perfettamente.

Il leader della Lega insiste su un punto: Salim El Koudri non sarebbe stato un semplice squilibrato. Non un emarginato “che viveva sotto un ponte”, ma un uomo laureato, integrato almeno in apparenza, che — secondo quanto riferito — scriveva “bastardi cristiani”, inneggiava ad Allah sui social e girava con un coltello in auto prima di travolgere le persone a cento all’ora nel centro di Modena.

Sono elementi che, sicuramente, non possono essere ignorati o minimizzati. Ma colpisce il fatto che il dibattito pubblico si stia concentrando quasi esclusivamente su quello che scriveva su Facebook, sulla religione evocata nei post, sulle possibili implicazioni ideologiche, mentre rischia di passare in secondo piano una questione enorme e molto più scomoda: la salute mentale.

Perché il fatto è che siamo davanti a una persona profondamente squilibrata. E persone così, purtroppo, ce ne sono tante in Italia. Sempre di più. Persone fragili, isolate, rabbiose, incapaci di reggere il peso di una società che diventa ogni giorno più dura e più instabile.

E allora forse la domanda vera non è soltanto cosa pubblicasse sui social o inviasse via mail. Anche perché, se si volesse aprire il capitolo dell’odio e delle discriminazioni che circolano quotidianamente su Facebook, ci sarebbe materiale abbondante persino nelle bacheche di molti esponenti politici che oggi puntano il dito. Basta leggere certi commenti contro immigrati, musulmani, rom, omosessuali o avversari politici per capire quanto il linguaggio pubblico sia ormai avvelenato.

La questione centrale dovrebbe essere un’altra: come vengono curate oggi le persone con disturbi psichiatrici? Quante risorse vengono investite nella salute mentale? Quanti servizi territoriali esistono davvero? Quanti operatori sono lasciati soli? E quante famiglie convivono nel silenzio con situazioni esplosive senza sapere a chi rivolgersi?

Perché il rischio è che, ancora una volta, la politica scelga la scorciatoia più conveniente: trasformare una tragedia complessa in una bandiera ideologica.

Salvini parla alla pancia di un Paese spaventato, e sa benissimo che ogni riferimento ad Allah, ai “bastardi cristiani” o al coltello in macchina produce un effetto emotivo enorme. È il suo mestiere politico. Ma proprio per questo dovrebbe avere ancora più responsabilità nel non ridurre tutto a uno schema identitario utile al proprio progetto politico.

Perché se il problema viene raccontato solo come uno scontro fra culture o religioni, si evita accuratamente di affrontare il cuore della questione: il disagio mentale crescente dentro una società occidentale sempre più fragile, atomizzata e aggressiva. La tragedia di Modena merita verità, non slogan. E forse la verità più scomoda è che continuiamo a indignarci dopo ogni episodio, salvo poi dimenticarci sistematicamente di investire nella prevenzione, nella cura e nell’assistenza psichiatrica.

Finché non succede la tragedia successiva.