Dal Piano Estate di Valditara alla proposta Santanchè di lezioni fino a fine giugno: idee scollegate dalla realtà se prima non si investe seriamente in climatizzazione ed edilizia scolastica
REGGIO EMILIA – C’è qualcosa di profondamente surreale nel dibattito italiano sulla scuola. Da una parte il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, rilancia il “Piano Estate”, con 300 milioni di euro destinati a tenere aperte le scuole tra giugno e settembre attraverso attività sportive, musicali, ricreative e di potenziamento didattico. Dall’altra, l’ex ministra del Turismo Daniela Santanchè, se vi ricordate, aveva proposto di accorciare le vacanze estive e spalmare le pause durante l’anno scolastico, arrivando persino a ipotizzare lezioni fino a fine giugno, sul modello di altri Paesi europei. Idea che non è mai stata del tutto accantonata.
In teoria, il ragionamento potrebbe anche avere una sua logica. Più servizi alle famiglie, meno dispersione scolastica, scuole come presidi sociali anche durante l’estate. Il Piano Estate nasce proprio con questo obiettivo: contrastare l’abbandono scolastico e offrire attività educative agli studenti nei mesi estivi. Il problema è che in Italia si continua a discutere di calendari scolastici come se le scuole fossero strutture moderne, efficienti e climatizzate. Non lo sono.
La realtà è che già a fine maggio molte aule diventano dei forni. In diversi istituti della provincia di Reggio Emilia, in questi giorni, si sono toccati i 35 gradi nelle classi. Non è un’esagerazione: ci sono stati studenti che hanno accusato malori, ragazzi costretti a seguire le lezioni con ventilatori improvvisati, finestre spalancate e bottigliette d’acqua sul banco. In certe scuole sembra di stare dentro una serra più che in un luogo dedicato all’apprendimento.
Ed è qui che il dibattito diventa assurdo. Perché senza un gigantesco investimento sugli impianti di condizionamento e sulla riqualificazione degli edifici scolastici, parlare di lezioni fino a fine giugno o di scuole aperte a luglio semplicemente non ha senso. Anzi: rischia di diventare una proposta completamente scollegata dalla realtà.
Non si può chiedere a studenti e insegnanti di restare sei o sette ore al giorno in aule che raggiungono temperature tropicali. Non si può parlare di diritto allo studio mentre si fatica perfino a respirare. E non si può immaginare una rivoluzione del calendario scolastico senza prima affrontare il tema delle strutture.
Lo stesso Valditara ha riconosciuto che gran parte delle scuole italiane non è adeguata ad affrontare il caldo estremo. E allora la priorità dovrebbe essere evidente: prima mettere in sicurezza e rendere vivibili gli edifici, poi eventualmente discutere di nuove formule organizzative.
Perché oggi il problema non è tanto decidere se le scuole debbano restare aperte a luglio. Il problema è che già a maggio, in molte classi italiane, si rischia il collasso. La sensazione è che si stia mettendo il carro davanti ai buoi. Si evocano i “modelli europei”, ma ci si dimentica che in molti Paesi del Nord Europa le temperature sono diverse e le scuole sono attrezzate. In Italia invece si pretende di fare lezione con 35 gradi in aula, magari mentre all’esterno scattano sacrosante ordinanze anti-caldo per operai e rider.
C’è poi un altro aspetto che meriterebbe maggiore onestà. Il dibattito sul calendario scolastico sembra sempre più legato alle esigenze economiche del turismo e sempre meno a quelle educative. La proposta Santanchè puntava apertamente alla destagionalizzazione delle vacanze. Legittimo discuterne. Ma la scuola non può diventare uno strumento piegato alle esigenze del mercato turistico.
Perché la scuola non è un villaggio vacanze e nemmeno un parcheggio sociale. Il rischio, ancora una volta, è scaricare tutto su studenti, insegnanti e famiglie senza affrontare il nodo centrale: l’edilizia scolastica italiana è ferma al Novecento mentre il clima del 2026 assomiglia sempre di più a quello del Nord Africa.
Prima di parlare di scuole aperte d’estate, servirebbe una rivoluzione molto più concreta e meno propagandistica: installare impianti di climatizzazione, isolare gli edifici, rendere le aule vivibili. Perché una scuola senza aria condizionata, con 35 gradi in classe e studenti che si sentono male, non è una scuola moderna. È semplicemente un forno.

