I granata battono 1-0 i blucerchiati con un gol di Novakovich e chiudono il campionato al terzultimo posto in classifica
REGGIO EMILIA – La Reggiana saluta la Serie B. La vittoria contro la Sampdoria non basta a mutare il destino di una stagione consumata tra illusioni, errori e cadute improvvise. Il miracolo che il popolo granata aveva invocato fino all’ultimo respiro non si compie: il divario in classifica era diventato una montagna troppo ripida da scalare anche con il cuore. Nel silenzio pesante della sala stampa, il primo a prendere parola è il direttore sportivo Domenico Fracchiolla (Foto Bucaria).
Le sue frasi hanno il tono amaro di chi sa di portare sulle spalle il peso di una stagione fallita: ammette errori nelle scelte e nei tempi, confessa di aver persino pensato di lasciare e riconosce come, nei momenti più difficili, la squadra non sia stata adeguatamente sostenuta. “Quando si perde, si perde tutti”, dice con voce segnata dalla delusione, chiedendo scusa a una piazza ferita ma ancora visceralmente innamorata dei propri colori. Poi arriva Pierpaolo Bisoli. Lo sguardo è quello di un uomo stanco, ma non sconfitto nell’anima.
“Mi dispiace non essere riuscito a fare il miracolo”, confessa. Parla di una squadra ritrovata depressa al suo arrivo, di un gruppo che ha cercato di restituire dignità a un finale che sembrava già scritto. E mentre ricorda l’amore sconfinato di Reggio Emilia, lascia persino aperta una porta sul futuro: “Qui c’è un patrimonio di amore”. Parole sincere, che raccontano quanto questa piazza sappia entrare dentro chi la vive. Fuori dallo stadio, però, il dolore si trasforma in rabbia. La contestazione dei tifosi si indirizza soprattutto verso il presidente Carmelo Salerno e lo stesso Fracchiolla. Perchè quando una città vive il calcio come identità, la retrocessione non è soltanto un verdetto sportivo: è una ferita collettiva.
Il campionato emette così i suoi verdetti definitivi: Venezia e Frosinone volano in Serie A; Monza e Palermo accedono direttamente alle semifinali playoff. In coda, invece, il destino è crudele: la Reggiana retrocede insieme a Spezia e Pescara. Eppure, in mezzo alla delusione, resta qualcosa che il campo non può cancellare. Quel canto ostinato della Curva Sud, ripetuto fino all’ultimo secondo: “Questa curva non retrocede”. Perchè le categorie passano, ma certi amori restano intatti anche nella caduta.

Primo tempo
Ancora prima che il pallone prendesse vita sul rettangolo verde, gli sguardi cadevano inevitabilmente sul volto di Pierpaolo Bisoli: immobile, severo, quasi scolpito nel marmo dei propri pensieri, mentre attorno a lui ribolliva il respiro ardente del popolo granata. Questa non è soltanto una partita: è il confine sottile tra la sopravvivenza e il precipizio, l’ultima curva di una stagione consumata tra tempeste, paure e cambi di guida che hanno lasciato cicatrici profonde nell’anima della squadra. Eppure, in quell’istante sospeso, quando ancora il pallone attende il primo tocco, la Curva Sud si trasforma in un cuore gigantesco che batte all’unisono, riversando sull’arena un canto capace di scuotere anche i pensieri più cupi: “Reggiana non devi mollare perchè tu non resterai mai da sola, la Sud sarà sempre con te”. È un grido che non accompagna soltanto undici uomini, ma un’intera città che si aggrappa con orgoglio alla propria fede granata. E negli occhi di Bisoli sembra intravedersi il peso enorme di chi sa di dover salvare molto più di una categoria.
Le prime battute scorrono tese, quasi trattenute dalla paura di sbagliare. Ma già al nono minuto il destino presenta il suo conto amaro: Vicari, tradito da un risentimento muscolare, alza bandiera bianca. L’uscita dal campo ha il sapore doloroso di un guerriero costretto a deporre anzitempo la propria armatura sul terreno di battaglia. Il pubblico lo accompagna con un applauso lungo e carico di apprensione, mentre la Reggiana prova a non smarrire equilibrio e coraggio. Poco dopo, Portanova ha sul destro l’occasione per incendiare il Città del Tricolore, ma il pallone sfila lontano dallo specchio, lasciando nello stadio un sospiro spezzato a metà tra rimpianto e speranza. La gara resta sospesa su un equilibrio fragile, quasi inquieto, finchè al ventiduesimo la Sampdoria orchestra una manovra di rara qualità: Depaoli sfonda sulla corsia e trova Coda, il cui tocco d’esterno è pura eleganza; la sfera scivola verso Barak, che apre immediatamente per Begic. Il destro a giro dello sloveno è velenoso, destinato a insinuarsi nell’angolo, ma Micai compie un autentico prodigio: la mano destra si allunga come sospinta dall’istinto e dalla disperazione, deviando il pallone e salvando la Reggiana da un colpo che avrebbe avuto il peso di una sentenza.
La Sampdoria adesso sente il profumo del sangue e continua a spingere. Ancora Coda, con un gesto tecnico di sublime fattura, colpisce al volo da posizione defilata: il pallone sibila accanto al palo, facendo gelare per un istante il cuore granata. Poi è una ripartenza blucerchiata a seminare il panico, ma la scivolata disperata e perfetta di Bozzolan evita il peggio, strappando applausi e ossigeno a un’intera curva. E proprio quando il primo tempo sembra consumarsi nell’attesa del duplice fischio, Palma svetta di testa: la palla sfiora il vantaggio blucerchiato per questione di centimetri, come sospinta fuori da un destino che ancora non vuole pronunciarsi. Le squadre rientrano negli spogliatoi mentre dalla Sud si leva un ultimo canto, fiero e struggente insieme: “Questa curva non retrocede”.
Una promessa d’amore eterno che, stanotte, si intreccia però con il timore crudele che il calcio possa non avere pietà. Nel tunnel che conduce agli spogliatoi, Bisoli continua a parlare fitto con il team manager Malpeli. I gesti sono rapidi, gli sguardi tesi, quasi febbrili. Bisoli cerca risposte dentro una partita nella quale la sua Reggiana non è ancora riuscita davvero a sbocciare, imprigionata dalla paura e dal peso enorme della posta in palio. Ma fuori, sugli spalti, il popolo granata continua a cantare senza tregua, come se con la voce potesse ancora spingere la propria squadra lontano dall’abisso.

Secondo tempo
Se qualcuno volesse davvero comprendere dove abiti il cuore della Reggiana in questa notte che sa di resa e dolore, dovrebbe soltanto alzare gli occhi verso la Curva Sud. Là dove il calcio smette di essere semplice sport e diventa appartenenza assoluta, pelle, sangue, identità. Un oceano granata ondeggia senza sosta tra bandiere consumate dall’amore, sciarpe levate al cielo come vessilli di guerra e tamburi che battono con la forza disperata di mille cuori uniti. E sopra tutto, ancora una volta, si alza quel grido feroce, immortale, quasi sacro: “Questa Curva non retrocede”. Non è un semplice coro. È una promessa. È la voce di chi sceglie di restare anche quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte. È il giuramento di un popolo che continua ad amare senza condizioni, persino mentre vede la propria squadra scivolare verso l’abisso.
In quella Curva c’è la dignità di una città intera, c’è la fierezza ostinata di chi non smette di cantare neppure davanti alla paura più grande. E forse quel canto riesce persino a raggiungere il campo. Novakovich, entrato al posto di Rover, sembra raccogliere quell’urlo come un’eredità da difendere. Al settantaseiesimo, sul pallone disegnato da Portanova, basta una lieve carezza di testa per sorprendere tutti: difesa, portiere, destino. Per un istante il Città del Tricolore esplode in un boato liberatorio. È una scintilla nel buio, un frammento di speranza strappato con le unghie alla disperazione. Ma questa è una notte troppo carica di tensione per conoscere pace. All’ottantottesimo il cielo sopra il campo si colora del rosso dei fumogeni lanciati dalla Curva Sud. Il gioco si ferma, il tempo sembra sospendersi dentro quella nebbia densa di rabbia e amore.
Poi appare lo striscione: “Un euro è quello che valete”. Parole durissime, certo. Ma figlie di un sentimento talmente profondo da diventare ferita aperta. Perchè soltanto chi ama davvero può sentirsi tradito fino a questo punto. E infine arriva il silenzio del fischio finale. Il più crudele. I giocatori della Reggiana avanzano lentamente verso la Curva, quasi smarriti, come uomini che cercano un ultimo sguardo prima della condanna. Ma dagli spalti non piovono soltanto contestazioni: continua a levarsi, ostinato, quel canto che ormai è molto più di uno slogan. “Questa Curva non retrocede”. Ed è tremendamente vero. Perché una Curva così non conosce categorie, non conosce classifiche, non conosce cadute. Resta lì, fedele, viva, immortale. La Reggiana invece retrocede. E mentre il verdetto della Serie C cala come una lama nella notte emiliana, l’unica cosa che continua a vincere davvero è l’amore sconfinato del suo popolo granata.
Il tabellino
A.C. REGGIANA 1919 – U.C. SAMPDORIA: 1 – 0
Marcatore: 76’ Novakovich (R).
A.C. REGGIANA 1919 (4-2-3-1): Micai; Libutti, Vicari (dal 9’ Papetti), Lusuardi, Bozzolan; Reinhart (dal 83’ Vallarelli), Charlys; Lambourde (dal 83’ Bertagnoli), Portanova, Rover (dal 46’ Novakovich); Gondo (dal 57’ Girma). A disposizione: Seculin, Cardinali, Quaranta, Sampirisi, Belardinelli, Bozhanaj, Fumagalli. Allenatore: Pierpaolo Bisoli.
U.C. SAMPDORIA (4-3-3): Martinelli; Palma, Viti, Hadzikadunic (dal 87’ Ferrari), Cicconi (dal 78’ Pafundi); Henderson (dal 87’ Casalino), Esposito, Barak (dal 68’ Soleri); Depaoli (dal 68’ Giordano), Coda, Begic. A disposizione: Ghidotti, Coucke, Ravaglia, Diop, Riccio, Amarandei, Ricci. Allenatore: Attilio Lombardo.
Arbitro: Marco Guida sez. di Torre Annunziata (Assistenti: Salvatore Cortese sez. di Palermo, Fabio Pistarelli sez. di Fermo. IV Ufficiale: Daniele Perenzoni sez. di Rovereto. VAR: Ivano Pezzuto sez. di Lecce. AVAR: Mauro Paganessi sez. di Bergamo).
Note – Ammoniti: Depaoli, Gondo, Reinhart. Angoli: 3 – 9. Recupero: 1’ pt. – 6’ st.

