Al Braglia finisce 2-1: la squadra di Bisoli è in crisi, serve un incastro di risultati incredibile per sperare ancora nei playout
MODENA – Nel teatro dello stadio ‘Alberto Braglia’, il derby del Secchia tra Modena e Reggiana si dischiude come un dramma moderno, sospeso tra fervore e privazione. L’aria è densa, quasi elettrica, carica di attesa e di un’inquietudine che serpeggia tra gli spalti. Il successo del Modena si staglia netto, mentre i granata, orfani del proprio popolo, scontano il peso di un’assenza che non è mera sottrazione numerica, ma ferita viva, eco che risuona nel vuoto lasciato dal divieto di trasferta seguito ai fatti del 28 ottobre 2025.
Sul fronte opposto, la curva ‘Montagnani’ sceglie il silenzio come forma di dissenso: quindici minuti sospesi, rarefatti, scanditi da uno striscione che è al contempo monito e invocazione: “Non c’è derby senza rivali, Trasferte libere”. Una manciata di presenze granata, appena cinquanta anime non residenti, resta a presidio di una fede che resiste, pur relegata ai margini. Così il derby si compone come un’opera incompiuta: ardente ma mutilata, vibrante eppure priva della sua pienezza, dove ogni gesto sul campo sembra gravato dal peso di ciò che manca. Eppure, la sentenza non è ancora scritta. Nelle pieghe della classifica si agita una speranza sottile: Virtus Entella a 39 punti, Bari a 37, mentre Pescara, Spezia e la stessa Reggiana restano appaiate a quota 34. La matematica, fredda e implacabile, non ha ancora pronunciato la sua condanna: lascia un varco, fragile ma reale.
Nel dopogara, nella sala stampa, Pierpaolo Bisoli affida alle parole il compito di dare senso alla tempesta: “Abbiamo peccato forse in generosità, ma non siamo stati passivi. Ho voluto dare dignità a questa squadra, e i ragazzi hanno risposto. È un’annata storta, inutile cercare colpevoli. La sconfitta brucia, certo, ma c’è ancora una fiammella accesa. E finchè quella luce resiste, dobbiamo alimentarla”. Parole che non cancellano il rammarico, ma tentano di ricomporlo in una trama di orgoglio e resistenza. La Reggiana resta sospesa, tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere, aggrappata a quella scintilla che sfida il buio. E forse è proprio lì, in quella luce minima e ostinata, che si nasconde l’ultimo appiglio: perchè anche quando la notte sembra compiuta, basta una fiammella per ricordare all’alba la strada del ritorno.
Ora per i granata serve davvero un miracolo. Devono battere la Sampdoria in casa, lo Spezia deve vincere a Pescara, il Bari deve perdere col Catanzaro e l’Entella con la Carrarese. In questo modo, i granata arriverebbero a 37 punti, a pari merito con Bari e Spezia, ma farebbero i playout in virtù della classifica avulsa.
Primo tempo
Trentacinque secondi: un battito di ciglia, il tempo esatto perchè il destino provi a scrivere la sua prima, controversa riga. Il direttore di gara indica il dischetto, convinto da un contatto che pare più evocato che reale. Massolin squarcia la retroguardia granata come lama nel velluto, semina il panico e offre a De Luca un pallone che chiede soltanto di essere trasformato in sentenza. Il tiro parte, Lusuardi oppone il corpo, e da quell’impatto nasce l’equivoco. Il Var, silenzioso giudice d’ombra, non ravvisa colpe laddove l’arbitro aveva intravisto peccato: resta l’eco di una decisione affrettata, quasi ingenua. Al quinto minuto, un altro segno del fato: Gerli, capitano modenese, si arrende a un tradimento muscolare. Abbandona il campo con l’orgoglio ferito, mentre Sottil ridisegna in corsa la sua scacchiera inserendo Santoro.
Ma il gioco, lungi dal placarsi, si accende di nuove traiettorie. Libutti dipinge un cross d’autore, una parabola che sembra scritta per la fronte di Portanova: il colpo di testa è potente, nobile, e si stampa sul palo con un suono secco, quasi crudele. È il preludio al rovesciamento. Sul ribaltamento di fronte, il Modena spiega le ali e prende quota. Massolin orchestra con misura da metronomo, Zanimacchia rifinisce con precisione chirurgica, e Zampano, con la semplicità dei gesti inevitabili, deposita in rete il pallone del vantaggio. Un’azione che è sinfonia: breve, perfetta, letale. Da quel momento, la partita si piega come grano sotto il vento. I padroni di casa, sospinti dal proprio pubblico, stringono la Reggiana in un assedio costante. I granata smarriscono coordinate e coraggio: non è soltanto incapacità di costruire, è l’impossibilità stessa di concepire il pericolo, di dare forma a un’idea offensiva che possa incrinare l’ordine avversario. Il campo diventa un monologo, e la Reggiana una presenza evanescente, quasi decorativa.
In panchina, Bisoli è un’anima in tumulto. Si agita, richiama, invoca una reazione che non arriva, mentre il quarto uomo lo richiama a un ordine che sembra ormai estraneo alla furia del momento. Nei suoi occhi si intravede l’ombra lunga di un pensiero inconfessato: lo spettro della Serie C, che aleggia come una minaccia sottile ma persistente. I giocatori granata appaiono immobili, figure senza slancio, simili a birilli disposti su un campo che non li riconosce più. Il Modena li irride con il gioco, li aggira, li supera, li svuota. E mentre manca il calore del pubblico reggiano, ciò che più manca è il fuoco interiore: cuore, cattiveria, quella scintilla che trasforma la resistenza in battaglia. Così si giunge all’intervallo, con il Modena avanti di una rete. Ma il risultato, per quanto minimo, racconta solo una parte della verità. Alla Reggiana serve molto più di un gol: serve un risveglio. Questo atteggiamento dimesso, quasi rassegnato, non è tollerabile. Permangono dubbi sull’undici iniziale scelto da Bisoli, e più ancora sull’anima di una squadra che appare smarrita, priva di schema e di rabbia, come un esercito senza vessillo sotto un cielo che non promette tregua.
Secondo tempo
Non muta il copione: la Reggiana resta la sbiadita controfigura di se stessa, trascinata da una corrente che non governa, incapace di opporre resistenza al flusso degli eventi. È una squadra alla deriva, priva di ancora e di rotta. Al cinquantaseiesimo si consuma un nuovo, amaro passaggio. Girma si perde in un ricamo sterile, un gioco di gambe tanto elegante quanto inefficace, che spalanca al Modena le porte del contropiede. Ambrosino si impossessa della scena e del campo: cinquanta metri palla al piede, senza che alcuno osi frapporsi, come se il tempo si fosse sospeso. Poi, il colpo finale, un fendente a incrociare che non lascia scampo e suggella il raddoppio.
Dalla curva ‘Montagnani’ si leva il coro, tagliente come una sentenza: “Serie C”. Non è soltanto uno sfottò, ma un presagio che vibra nell’aria e si insinua nelle coscienze granata. Eppure, proprio quell’eco amara sembra destare un sussulto. La Reggiana, ferita nell’orgoglio, trova un barlume di reazione. Sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Bozhanaj, subentrato a Girma, disegna un pallone sospeso nel cuore dell’area: Vicari si avventa con tempismo e coraggio, anticipa tutti e, con una poderosa incornata, accorcia le distanze. È una scintilla, forse tardiva, ma viva. Subito dopo, l’occasione che potrebbe riscrivere la trama: Bertagnoli consegna a Novakovich (che ha rilevato Belardinelli) il pallone del possibile pareggio, come si porgono le chiavi di una porta socchiusa. Ma l’attaccante granata, anzichè spalancarla, le smarrisce nel vuoto, spedendo il tiro lontano e divorando un’occasione che peserà come un macigno. Il destino si complica ulteriormente per il Modena quando Ambrosino, già punito per essersi tolto la maglia dopo il gol, si rende protagonista di un intervento irregolare: la seconda ammonizione è inevitabile, e il cartellino rosso lo accompagna fuori dal rettangolo di gioco.
La Reggiana si ritrova così con l’uomo in più e, finalmente, con un atteggiamento diverso: più audace, più urgente, più vivo. L’assalto prende forma. Gondo e Novakovich si infrangono contro il muro gialloblù, mentre nel finale Fumagalli (entrato a Bertagnoli) costringe Pezzolato a un intervento prodigioso: il portiere si distende, mano aperta, e nega il gol con un gesto che sa di sfida vinta. Gli ultimi minuti scorrono come sabbia tra le dita. Resta una domanda, severa e ineludibile, che la Reggiana deve avere il coraggio di rivolgere a se stessa: ho dato davvero tutto oggi? La risposta, amara, aleggia nel silenzio. E ora restano soltanto nubi scure all’orizzonte: la retrocessione è a un passo. E quando il sipario cala, non resta che una verità, incisa come pietra: non è la sconfitta a condannare, ma ciò che si è scelto di non essere.
Il tabellino
MODENA F.C. – A.C. REGGIANA 1919: 2 – 1
Marcatori: 13’ Zampano (M), 56’ Ambrosino (M), 65’ Vicari (R).
MODENA F.C. (3-5-2): Pezzolato; Tonoli, Nador, Nieling; Zampano (dal 83’ Cotali), Massolin (dal 83’ Wiafe), Gerli (dal 5’ Santoro), Pyyhtia (dal 72’ Sersanti), Zanimacchia; De Luca (dal 72’ Pedro Mendes), Ambrosino. A disposizione: Bagheria, Beyuku, Colpo, Dellavalle, Adorni, Cauz, Imputato. Allenatore: Andrea Sottil.
A.C. REGGIANA 1919 (4-3-3): Micai; Libutti (dal 74’ Reinhart), Vicari, Lusuardi, Bonetti (dal 46’ Tripaldelli); Bertagnoli (dal 85’ Fumagalli), Belardinelli (dal 58’ Novakovich), Portanova; Lambourde, Gondo, Girma (dal 58’ Bozhanaj). A disposizione: Seculin, Cardinali, Bozzolan, Vallarelli, Charlys, Quaranta, Sampirisi. Allenatore: Pierpaolo Bisoli.
Arbitro: Rosario Abisso sez. di Palermo (Assistenti: Ciro Capaldo sez. di Napoli, Dario Garzelli sez. di Livorno. IV Ufficiale: Matteo Turrini sez. di Firenze. VAR: Niccolò Baroni sez. di Firenze. AVAR: Valerio Marini sez. di Roma 1):
Note – Espulso: Ambrosino. Ammoniti: Zampano, Bonetti, Belardinelli, Santoro, Portanova. Angoli: 2 – 4. Recupero: 3’ pt. – 6’ st.

