L'editoriale
Kate Middleton e le tre comuniste emiliane: l’infanzia che unisce mondi lontani
L’incontro tra la principessa del Galles e Eletta Bertani, Ione Bartoli e Carla Maria Nironi, protagoniste della nascita del “Reggio Emilia Approach”: storie lontanissime accomunate dall’idea che l’educazione possa cambiare il mondo
REGGIO EMILIA – C’è un’immagine che racconta più di molti discorsi ufficiali quello che è successo ieri nella nostra città. Da una parte Catherine, princess of Wales, futura regina d’Inghilterra, simbolo della monarchia più antica e codificata del mondo occidentale. Dall’altra tre donne emiliane ultraottantenni – Eletta Bertani, Ione Bartoli e Carla Maria Nironi – cresciute dentro la cultura politica del comunismo emiliano, protagoniste di una stagione in cui la scuola era considerata uno strumento di emancipazione collettiva e quasi una missione civile (ma bisognerebbe ricordare anche Loretta Giaroni e, per la promozione internazionale del messaggio del Reggio Approach, anche Carla Rinaldi).
A guardarle insieme, una accanto all’altra, sembrano appartenere a universi inconciliabili. E invece no. Perché esistono incontri che superano le appartenenze, le ideologie, persino la storia personale. E quello avvenuto a Reggio Emilia, attorno al “Reggio Emilia Approach”, è uno di questi.
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che una principessa inglese abbia voluto conoscere proprio loro: le “madri” di un’esperienza educativa nata tra le macerie del dopoguerra, in una terra dove le donne costruivano scuole mattone dopo mattone, spesso con le mani sporche di calce e con idee politiche chiarissime. Donne che non avrebbero mai immaginato, decine di anni dopo, di raccontare quel sogno a un membro della famiglia reale britannica.
Eppure il punto straordinario è proprio questo: davanti all’infanzia, davanti all’educazione, le distanze si accorciano.
La monarchia e il comunismo sono stati, nel Novecento, simboli opposti. Da un lato la tradizione, il privilegio, la continuità dinastica. Dall’altro l’uguaglianza sociale, il riscatto popolare, la partecipazione collettiva. Kate Middleton, Ione Bartoli, Eletta Bertani e Carla Maria Nironi non potrebbero essere più lontane per biografia, linguaggio, formazione culturale. Una vive dentro i rituali di Kensington Palace, le altre appartengono a quella generazione di donne emiliane che ha conquistato spazi pubblici e politici quando quasi tutto era ancora dominio maschile.
Ma c’è un terreno sul quale le differenze diventano secondarie: l’idea che i bambini siano il centro di una società migliore.
È questo il cuore autentico dell’incontro di ieri. Non il glamour della visita reale, non la curiosità diplomatica, ma il riconoscimento internazionale di un’intuizione nata a Reggio Emilia: che i bambini meritano ascolto, creatività, dignità, relazione. Che l’educazione non sia un servizio accessorio, ma una scelta politica e culturale capace di cambiare il mondo.
In fondo, Loris Malaguzzi sosteneva che i bambini possiedono “cento linguaggi”. E forse uno di quei linguaggi è proprio la capacità di unire ciò che divide gli adulti. Di fare incontrare una principessa e tre comuniste emiliane senza che contino le etichette, ma soltanto lo sguardo rivolto alle nuove generazioni.
Per Reggio Emilia, questa immagine ha un valore che va oltre la cronaca. È la conferma che la sua identità più profonda non è fatta soltanto di politica o appartenenza ideologica, ma di una cultura educativa che ha saputo parlare al mondo intero. Una cultura nata dal basso, costruita soprattutto da donne, e oggi riconosciuta anche da chi proviene dall’establishment più distante immaginabile.
Forse è proprio questa la forza del “Reggio Emilia Approach”: essere riuscito a trasformare un’esperienza locale in un linguaggio universale. Capace di attraversare confini geografici, culturali e sociali. Capace, persino, di mettere in dialogo Buckingham Palace e le idee portate avanti dal vecchio Pci emiliano.

