Roberto Meglioli, presidente di Promoter Emilia-Romagna: “Il danno che gli improvvisatori fanno all’industria della musica dal vivo”
REGGIO EMILIA – Il caso del concerto di Kanye West previsto il 18 luglio alla RCF Arena di Reggio Emilia — e più in generale del HellWatt Festival — ha offerto, nelle ultime settimane, un’involontaria lezione di cose. Non soltanto sul piano etico e simbolico – una città Medaglia d’oro alla Resistenza che ospita un artista con dichiarazioni apertamente filonaziste – ma su un piano che riguarda più direttamente chi lavora nell’industria dello spettacolo dal vivo con continuità, responsabilità e professionalità. Quello della competenza e dei suoi requisiti.
Non è la prima volta che soggetti privi di esperienza specifica si affacciano su questo mercato confidando nella disponibilità di risorse economiche ingenti. È però forse la prima volta che un caso simile diventa così visibile, così documentato e così esemplare dei rischi che questo fenomeno comporta. E, per questo, merita una riflessione pubblica.
La disponibilità finanziaria non è un titolo professionale
Organizzare un evento della durata di tre weekend con un’aspettativa dichiarata di oltre 250.000 presenze non è un progetto che si costruisce dall’oggi al domani, per quanto grande sia il capitale a disposizione. Richiede anni di formazione operativa e competenze specifiche: il rispetto e le garanzie per il pubblico, la cura dell’esperienza in ogni fase — dall’acquisto al deflusso —, la gestione della sicurezza in grandi manifestazioni, il management della folla, la logistica degli accessi, la contrattualistica con gli artisti internazionali e i loro management, i rapporti con le autorità preposte, il prezzo e le modalità di vendita dei biglietti, la gestione degli imprevisti.
A queste si affiancano la capacità di analisi e prevenzione dei rischi; la gestione coordinata di istituzioni, forze dell’ordine, sponsor, fornitori e comunità locale; la direzione di centinaia di collaboratori nel pieno rispetto delle normative vigenti. Competenze che si accumulano lentamente, sul campo, e che non si acquistano. E che devono sapersi tradurre in capacità decisionale immediata quando le condizioni reali si discostano da quelle previste.
Quando un soggetto sprovvisto di questo bagaglio entra nel mercato con la forza dei soli mezzi finanziari, il primo segnale di allarme è quasi sempre lo stesso: i cachet offerti agli artisti risultano dal 30% al 50% superiori ai valori di mercato consolidati. Non è concorrenza. È distorsione. Brucia i prezzi per gli operatori che costruiscono la propria attività su basi economiche sostenibili, altera le aspettative degli agenti internazionali, sposta la competizione dal piano della qualità organizzativa a quello della pura potenza economica. Chi vince questa gara non è il migliore, è il più dispendioso. E la differenza, prima o poi, la paga qualcun altro.
Il conflitto di interessi e l’assenza di terzietà
Il caso in esame presenta un elemento strutturale aggravante: il soggetto organizzatore coincide con il gestore della venue. Viene meno in questo modo il filtro che normalmente opera nel rapporto tra promoter e proprietario o gestore dello spazio. Quel filtro esiste per una ragione precisa: garantire che chi accede alla venue abbia le credenziali operative per farlo in sicurezza. Quando organizzatore e gestore sono la stessa entità, nessuno fa quella verifica. L’accesso è automatico. Il controllo scompare.
A distanza di mesi dall’apertura della vendita dei biglietti – si parla di circa 68.000 tagliandi già collocati per Kanye West, meno di 25.000 per Travis Scott – da articoli di stampa non risulta chiaro se sia stato presentato o no un piano per la sicurezza adeguato alla scala dell’evento. Non è un dettaglio burocratico. È la spia più concreta di una struttura organizzativa non all’altezza della responsabilità assunta.
Il danno sistemico: chi paga le colpe degli improvvisatori
Se qualcosa dovesse andare storto – e le premesse ci sono tutte, dall’incertezza sul visto d’ingresso dell’artista alle pressioni istituzionali per l’annullamento, fino alle possibili implicazioni assicurative di un evento con un profilo di rischio così controverso – le conseguenze non si fermeranno all’organizzatore.
Il pubblico è il primo a rischiare: oltre alla confusione sulle procedure di prevendita, circa 90.000 persone che hanno acquistato un biglietto e che in caso di annullamento dipendono da garanzie economiche adeguate e dalla correttezza gestionale di chi ha incassato quei soldi. Recentemente un concerto iniziato da oltre un’ora ha dovuto essere interrotto per un malore dell’artista. L’organizzatore ha deciso di rimborsare tutti i biglietti per intero, compresi i diritti di prevendita. L’organizzatore garantirà lo stesso trattamento al proprio pubblico?
Il territorio è il secondo: la RCF Arena è una infrastruttura con ambizioni serie, costruita con investimenti importanti e una reputazione da tutelare. Associarla a una vicenda di questa natura – indipendentemente da come si concluderà – è un danno. Gli operatori professionali sono il terzo anello: quando un evento improvvisato si chiude male, la sfiducia del pubblico non si ferma all’organizzatore di quell’evento. Diffida del settore. E sono i professionisti a pagarne le conseguenze reputazionali e commerciali nei mesi e negli anni successivi.
Cosa chiedono gli operatori professionali
P.E.R. — Promoter Emilia-Romagna — non entra nel merito delle polemiche sull’artista, né si sostituisce alle valutazioni delle autorità competenti su questioni di ordine pubblico o di sicurezza. Il nostro mandato è diverso e più preciso: tutelare la qualità e la credibilità di un mercato che in Emilia-Romagna conta decine di operatori seri e capaci, con anni di esperienza, lavoratori qualificati e un rapporto di fiducia costruito nel tempo con gli artisti, con il pubblico e con le istituzioni. Operatori che negli anni hanno supportato e sostenuto la creatività di migliaia di artisti e garantito la sicurezza di milioni di spettatori.
Quello che questo episodio rende urgente è una riflessione normativa e di governance del mercato: l’accesso all’organizzazione di grandi eventi dal vivo dovrebbe essere subordinato a requisiti dimostrabili: esperienza almeno quinquennale, track record documentato, capacità patrimoniale certificata, piani di sicurezza validati preventivamente, coperture assicurative adeguate alla scala dell’evento. Non basta avere i soldi. Serve sapere cosa fare con i soldi
La professionalità si conquista sul campo. Si misura in anni di lavoro, in errori corretti, in responsabilità assunte. Non si compra e non si improvvisa. E il mercato – come dimostra questo caso – non perdona chi prova a farlo.

