Cronaca
|Melillo: “Le mafie crescono dove trovano domanda per i loro servizi”
Il procuratore nazionale antimafia oggi al Malaguzzi per il convegno “10 anni dal processo Aemilia”: “Non basta la magistratura: servono consapevolezza e responsabilità diffusa”
REGGIO EMILIA – “Le mafie crescono dove trovano una domanda di servizi illegali”. È da questa riflessione che il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo invita a leggere, senza distorsioni e senza autoassoluzioni, la realtà della criminalità organizzata anche nel Nord Italia. Un tema al centro del convegno “10 anni dal processo Aemilia”, ospitato al Centro Loris Malaguzzi di Reggio Emilia, che ha visto la partecipazione delle principali istituzioni del territorio: il sindaco Marco Massari, il presidente della Provincia Giorgio Zanni, il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale e il prefetto Salvatore Angieri.
All’incontro, moderato dal giornalista Rai Luca Ponzi, sono intervenuti anche Francesco Maria Caruso, già presidente del collegio giudicante del processo Aemilia, l’ex sindaco Luca Vecchi, il procuratore capo di Bologna Paolo Guido e la senatrice Vincenza Rando. A chiudere i lavori è stato lo stesso Melillo, che abbiamo intervistato poco prima dell’inizio del convegno.
Reggio Emilia è ancora oggi un epicentro della criminalità organizzata in Emilia-Romagna? Esiste ancora una presenza radicata nel Centro-Nord?
Esiste una presenza diffusa e per molti versi radicata delle organizzazioni criminali nel Centro-Nord, e quindi anche in Emilia-Romagna. Tuttavia, è importante ricordare che i magistrati descrivono questa realtà attraverso gli strumenti del processo che non sono gli unici strumenti per comprenderla. Affidare esclusivamente ai processi la lettura della realtà è rischioso. Serve invece un’analisi realistica, libera da distorsioni cognitive. Penso, ad esempio, al confirmation bias, che porta a selezionare solo le informazioni che confermano le nostre convinzioni, o all’ottimismo irrealistico che ci fa credere che certi fenomeni negativi riguardino sempre “gli altri”. Quando ci si libera da queste distorsioni, la realtà appare per quella che è, non per come vorremmo che fosse.

Questa difficoltà a riconoscere il fenomeno mafioso esiste ancora nel Nord Italia?
Non so dire quanto sia diffusa oggi, ma sono convinto che l’immagine di una regione forte e dinamica come l’Emilia-Romagna sia più a rischio quando si finge che il problema non esista. Parlare, discutere, confrontarsi su prove e dubbi è il fondamento della partecipazione democratica. Il silenzio, invece, è stato il tratto tipico dei territori storicamente mafiosi, dove non si parlava per non rovinare il buon nome. Al Sud questo meccanismo è stato spezzato. Sarebbe paradossale se atteggiamenti simili si riproponessero altrove.
Oggi le organizzazioni criminali sono sempre più interconnesse, anche a livello internazionale?
Sì, è un dato confermato. Ma il punto centrale non è solo l’integrazione tra gruppi criminali. Il vero fattore di crescita delle mafie è il rapporto con il territorio. Le organizzazioni criminali prosperano quando intercettano una domanda di servizi illegali, o anche legali ma ottenuti con modalità illegali. Offrono droga, manodopera a basso costo, false fatturazioni. Il loro punto di forza non è tanto la struttura interna, che può essere sostituita, quanto i legami esterni: con il sistema economico, con le imprese, con le professioni. È questo il capitale più prezioso e più difficile da smantellare.
C’è una parte della società che ancora non collabora abbastanza, ad esempio sul fronte delle denunce?
Il tema della scarsa emersione è reale. Alcuni osservatori sottolineano come le mafie al Nord non avrebbero trovato spazio senza una domanda locale. È una riflessione importante: il fenomeno non si spiega solo con l’offerta criminale, ma anche con le condizioni che la rendono possibile. Questo riguarda non solo la ’ndrangheta, ma anche altre reti criminali, legate ad esempio al traffico di droga o alle frodi fiscali.

Prima lei ha detto che noi arrivamo dopo come magistrati, intendendo ovviamente che prima ci deve essere un controllo del territorio. Però c’era un problema prima di Aemilia. Quando si parlava di mafia, la classe politica diceva: “Noi abbiamo gli anticorpi”. Beh, Aemilia ha dimostrato che non c’erano. Oggi gli anticorpi ci sono?
Le metafore sanitarie rischiano di semplificare troppo. Non è solo l’agente esterno a determinare il problema, ma le condizioni che permettono al fenomeno di svilupparsi. Le mafie crescono dove trovano terreno fertile: domanda di servizi illegali, pratiche diffuse di evasione o corruzione. Questi fenomeni non nascono con le mafie, ma possono essere rafforzati dalla loro presenza. Oggi, infatti, il linguaggio delle mafie è spesso meno violento e più economico: frodi fiscali, corruzione, intermediazioni illecite.

Sul fronte investigativo: la Direzione distrettuale antimafia di Bologna è adeguatamente attrezzata? E dobbiamo aspettarci un nuovo “processo Aemilia”?
La Dda di Bologna è guidata da magistrati di grande esperienza e competenza, pienamente in grado di affrontare indagini complesse. Ma non possiamo pensare che il contrasto alle mafie sia solo una questione da affidare alla magistratura. Sarebbe troppo comodo e significherebbe sottrarsi ad altre responsabilità. C’è già un’indagine significativa, denominata “Ten”, che richiama i dieci anni da Aemilia e riguarda in gran parte gli stessi contesti: stessi territori, stessi meccanismi, in parte anche gli stessi attori. Questo dimostra che il fenomeno non è esaurito. Ma soprattutto conferma che per comprenderlo e contrastarlo serve uno sforzo più ampio, interdisciplinare, che coinvolga tutta la società.

