Tra commenti carichi di rabbia e letture distorte della storia, la Liberazione fatica a essere riconosciuta come patrimonio comune del Paese
REGGIO EMILIA – C’è qualcosa di profondamente triste nello scorrere i commenti sotto un post su Facebook di Reggio Sera di un articolo che annuncia i festeggiamenti del 25 Aprile a Casa Cervi. E’ amaro leggere quei toni, quelle parole e quella rabbia spesso cieca che, a distanza di oltre ottant’anni, continua a emergere ogni volta che si parla di Liberazione. Fa male perché il 25 Aprile dovrebbe essere, semplicemente, la festa di tutti.
Non è, o almeno non dovrebbe essere, una ricorrenza “di parte”, né un simbolo da sventolare contro qualcuno. È il giorno in cui l’Italia è tornata libera. Libera dal nazifascismo, libera dalla guerra, libera da una dittatura che aveva cancellato diritti, libertà e dignità. E quella libertà non ha colore politico: appartiene a tutti, indistintamente.
Eppure, ancora oggi, c’è chi la vive come una festa “degli altri”. Come se non riguardasse l’intero Paese, ma solo una parte. È una lettura storicamente fragile e culturalmente pericolosa.
La Resistenza italiana, infatti, non fu un blocco monolitico, né un movimento riconducibile a una sola ideologia. Fu, al contrario, un’esperienza profondamente plurale. Nelle sue fila convivevano anime diverse: socialisti, cattolici, liberali, azionisti, monarchici, militari. Persone con idee anche molto distanti tra loro, unite però da un obiettivo comune: porre fine all’occupazione nazista e alla dittatura fascista.
È vero: le brigate Garibaldi, di ispirazione comunista, furono la componente più numerosa. Ma rappresentavano circa la metà del movimento. L’altra metà era composta da formazioni di orientamento differente. Questo dato, da solo, dovrebbe bastare a smontare la narrazione di una Resistenza “di parte”.
E non solo. Da quella stagione nacque la Repubblica italiana. Nacque la Costituzione, il fondamento della nostra convivenza civile. Una Costituzione scritta insieme: da cattolici, liberali, socialisti, comunisti. Anche dai comunisti, sì, ed è bene ricordarlo senza imbarazzi o rimozioni. Così come è un fatto storico che forze politiche di sinistra abbiano amministrato, per decenni, città e regioni importanti del Paese dentro un sistema democratico.
Allora la domanda resta: perché, ancora oggi, questa divisione? Forse perché il 25 Aprile non è solo memoria, ma anche identità. E l’identità, si sa, può diventare terreno di scontro quando si smarrisce il senso condiviso delle cose. Forse perché non abbiamo mai davvero costruito una memoria collettiva capace di includere, anziché escludere. O forse, più semplicemente, perché il linguaggio pubblico, amplificato dai social, ha smesso di cercare complessità, preferendo lo scontro alla comprensione.
Resta il fatto che leggere centinaia di commenti carichi di ostilità sotto una notizia che parla di Liberazione è un segnale che non possiamo ignorare. Non è solo una questione di opinioni diverse: è il sintomo di una frattura che resiste nel tempo. Ed è proprio questo che rende tutto più triste. Perché il 25 Aprile dovrebbe unire. Dovrebbe ricordarci che, al di là delle differenze, c’è stato un momento in cui questo Paese ha saputo ritrovarsi dalla stessa parte: quella della libertà. E quella, davvero, non dovrebbe dividere nessuno. Buon 25 Aprile a tutti.

