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Referendum, quel “No” che Meloni non può ignorare

Non è solo una riforma fallita: è una sconfitta politica per il governo e un segnale netto contro le modifiche alla Costituzione e a favore dell’equilibrio tra poteri

REGGIO EMILIAIl verdetto delle urne è netto e difficilmente aggirabile: la vittoria del “No” al referendum non è soltanto una questione tecnica che, in campo giudiziario, fa restare tutto come prima, ma un messaggio politico chiaro, diretto e, soprattutto, impossibile da ignorare.

Non si può far finta di nulla. Non può farlo il governo, non può farlo la maggioranza e non può farlo, in particolare, Giorgia Meloni. Perché questo referendum, al di là dei contenuti specifici, è stato politicizzato fin dall’inizio. È stata la stessa presidente del Consiglio a metterci la faccia, trasformando una consultazione popolare in una sfida politica con il centrosinistra. Il centrodestra ha scelto consapevolmente questa linea, caricando il voto di un significato politico evidente. E quando si imbocca quella strada, bisogna poi accettarne le conseguenze.

Il risultato, dunque, non può essere ridotto a una semplice divergenza su una riforma. È una sconfitta politica. Una sconfitta che riguarda l’intero impianto della proposta e, più in profondità, il metodo con cui si è tentato di intervenire su equilibri delicatissimi fra i poteri dello Stato.

Ancora una volta, come già accaduto in passato, gli italiani hanno detto no a interventi percepiti come uno stravolgimento della Costituzione. Non è un rifiuto ideologico del cambiamento, ma una richiesta di cautela, di rispetto e di condivisione quando si mettono mano alle regole fondamentali della democrazia. La Costituzione, nel sentire diffuso, non è terreno di scontro politico contingente, ma patrimonio comune.

C’è poi un altro elemento, altrettanto centrale: il voto esprime una diffidenza marcata verso ogni tentativo di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, in particolare tra magistratura ed esecutivo. Il “No” suona anche come una risposta a proposte che molti elettori hanno percepito come un rischio di assoggettamento di giudici e pubblici ministeri al potere politico. Un tema sensibile, che tocca il cuore dello Stato di diritto e che, evidentemente, continua a mobilitare una parte significativa del Paese.

In questo quadro, il risultato del referendum proietta inevitabilmente un’ombra anche su altre riforme annunciate o in cantiere, a partire dal premierato. L’idea di rafforzare i poteri dell’esecutivo, già oggetto di dibattito, esce indebolita. Non perché venga automaticamente archiviata, ma perché diventa politicamente più difficile da proporre e, soprattutto, da far accettare a un elettorato che ha appena espresso un chiaro segnale di diffidenza verso modifiche profonde dell’assetto costituzionale.

Se il centrodestra esce sconfitto, il centrosinistra può rivendicare una vittoria. Ha intercettato e rappresentato una parte significativa di questo “No”, riuscendo a canalizzare il consenso contrario alla riforma. Tuttavia, è una vittoria solo parziale. Non è la vittoria del cosiddetto “campo largo”, che ancora una volta si dimostra più un’ipotesi teorica che una realtà politica coesa. Le posizioni divergenti di Azione e Italia Viva, schierate per il “Sì”, evidenziano una frattura che resta aperta e rende difficile parlare di un’alternativa compatta.

Il voto, quindi, non ridisegna soltanto i rapporti tra governo e opposizione, ma fotografa anche le contraddizioni interne a entrambi gli schieramenti. Da un lato, una maggioranza che deve fare i conti con una battuta d’arresto significativa su un terreno che aveva scelto come identitario. Dall’altro, un’opposizione che vince ma resta divisa, incapace di trasformare pienamente il consenso su un singolo tema in un progetto politico unitario.