Editoriali
Il referendum e la tentazione del potere senza contrappesi
Dietro la battaglia sulla separazione delle carriere dei magistrati non c’è solo una riforma della giustizia: c’è un progetto politico più ampio che punta a ridisegnare gli equilibri costituzionali, dalla magistratura al premierato
REGGIO EMILIA – C’è un momento, nei discorsi politici, in cui il linguaggio tecnico lascia spazio alla retorica della paura. È il momento in cui si abbandona la spiegazione e si cerca la mobilitazione. È quello che è accaduto quando Giorgia Meloni, parlando del referendum sulla giustizia davanti a una platea di sostenitori di Fratelli d’Italia al teatro Parenti di Milano nei giorni scorsi, ha evocato scenari di magistrati negligenti, criminali e stupratori rimessi in libertà, figli strappati alle mamme e cittadini lasciati senza tutela.
Non è un passaggio casuale. È la spia di una difficoltà politica evidente: trasformare una riforma complessa e controversa in una questione capace di mobilitare davvero l’opinione pubblica. Il referendum sulla giustizia rischia infatti di essere travolto dall’astensione, schiacciato da altre priorità — la guerra, il caro vita, l’incertezza economica — che occupano la mente degli elettori molto più delle architetture istituzionali.
Per questo la campagna referendaria ha progressivamente cambiato registro. Dalla discussione giuridica sulla separazione delle carriere si è passati a un racconto drammatico in cui il voto contrario diventerebbe sinonimo di caos giudiziario e insicurezza sociale.
Ma è proprio questo slittamento che rivela la vera natura della partita in corso. La riforma della giustizia non è mai stata soltanto una questione tecnica. Certo, nel dibattito pubblico viene presentata come tale: una modifica dell’ordinamento giudiziario per separare in modo netto le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Un tema antico della politica italiana, che torna ciclicamente nel confronto tra magistratura e potere politico.
Eppure è evidente che la posta in gioco è più ampia. La destra italiana non è riuscita a mantenere questa riforma dentro un recinto puramente tecnico perché, quando si interviene sulla giustizia, emergono inevitabilmente questioni di equilibrio istituzionale. Alcune hanno radici profonde nella storia della Seconda Repubblica, segnata dalle tensioni tra politica e magistratura fin dai tempi di Tangentopoli e degli scontri con Silvio Berlusconi.
Altre invece appartengono pienamente al presente. La prima riguarda la concezione dei rapporti tra i poteri dello Stato. Negli ultimi anni una parte della destra occidentale ha sviluppato una visione sempre più critica verso i sistemi di pesi e contrappesi tipici delle democrazie liberali. Negli Stati Uniti questa impostazione ha trovato un interprete radicale in Donald Trump, mentre in Europa il modello più esplicito è quello costruito da Viktor Orbán.
In questa visione, il potere conquistato attraverso il voto popolare tende a essere considerato superiore agli altri poteri dello Stato. I limiti posti da magistratura, autorità indipendenti o organi di garanzia vengono percepiti non come elementi essenziali dell’equilibrio democratico, ma come ostacoli all’esercizio pieno della sovranità politica.
È dentro questo clima culturale che si colloca la battaglia sulla giustizia in Italia. Il secondo elemento riguarda invece il progetto istituzionale complessivo della maggioranza. Il referendum sulla giustizia non è un episodio isolato, ma uno dei tasselli di una strategia che punta a ridefinire l’assetto dei poteri nella Repubblica. Accanto alla riforma della magistratura c’è infatti il progetto del premierato, cioè l’elezione diretta del capo del governo, una trasformazione che inciderebbe profondamente sugli equilibri tra Parlamento, esecutivo e Presidente della Repubblica, il cui ruolo è storicamente legato al Quirinale.
Osservate insieme, queste riforme raccontano una direzione precisa: rafforzare l’esecutivo e ridimensionare i poteri di controllo che ne limitano l’azione. È per questo che il referendum non può essere liquidato come una semplice disputa tecnica tra giuristi. In gioco non c’è soltanto l’organizzazione della magistratura. C’è il modo in cui una democrazia distribuisce il potere e protegge i suoi equilibri.
La Costituzione italiana è nata proprio con questo obiettivo: evitare che un solo potere possa prevalere sugli altri. Ogni modifica che tocca questo equilibrio merita dunque un confronto serio e consapevole, non una campagna costruita su paure e semplificazioni. Perché quando si indeboliscono i contrappesi istituzionali, la questione non riguarda più soltanto i magistrati o i politici. Riguarda la qualità stessa della nostra democrazia.

