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Aq16 e la scoperta dell’acqua calda

Fratelli d’Italia scopre che un centro sociale occupato non ha permessi. Una verità banale. Piuttosto, si apra finalmente una strada per metterlo in regola, come già fatto con Casa Bettola, senza dimenticare che la legalità non può essere usata a corrente alternata (vedi Casapound a Roma)

REGGIO EMILIAChe un centro sociale occupato non abbia permessi, licenze o certificazioni è, francamente, una scoperta che somiglia molto a quella dell’acqua calda. Eppure è esattamente questo il cuore della polemica politica esplosa a Reggio Emilia attorno al laboratorio sociale “Aq16”, dopo l’interrogazione di Fratelli d’Italia che ha portato il Comune ad ammettere formalmente ciò che tutti sapevano: nello stabile di via Fratelli Manfredi non esistono convenzioni né autorizzazioni ufficiali.

L’occupazione dura da oltre vent’anni. Più precisamente da circa 23 anni, durante i quali lo spazio è stato utilizzato per eventi culturali, concerti e attività sociali, pur senza licenze e permessi. 

Eppure, per definizione, i centri sociali nascono spesso proprio così: occupazioni politiche e culturali che si sviluppano ai margini della normativa, rivendicando uno spazio pubblico da trasformare in luogo di socialità, cultura e conflitto. È successo in tutta Italia per decenni.

Per questo la polemica politica che è sfociata, addirittura, in richiesta di dimissioni della giunta, rischia di apparire più ideologica che sostanziale. Denunciare oggi che Aq16 è “abusivo” equivale a denunciare che il mare è salato: è una constatazione formale di una realtà che esiste alla luce del sole da oltre due decenni (da 4 miliardi di anni per quel che riguarda i mari). Tuttavia, se uno spazio è frequentato da giovani, se ospita concerti, iniziative, momenti di aggregazione, allora la questione della sicurezza è reale. Ed è giusto affrontarla. Non per fare propaganda, ma per trovare una soluzione concreta.

Proprio per questo la strada più sensata sembra essere quella già evocata negli ultimi giorni: aprire un confronto con il Comune per arrivare a una convenzione che regolarizzi l’utilizzo dello spazio. Un dialogo, peraltro, già avviato secondo quanto riferito dagli stessi attivisti. 

Non sarebbe una novità. A Reggio Emilia una cosa del genere esiste anche per Casa Bettola che nasce nel 2009 con l’occupazione di una casa cantoniera nella prima periferia di Reggio Emilia, per rispondere alla crisi economica e le sue conseguenze sociali e ambientali nella città e sul territorio. Il problema lì è stato risolto con una convenzione con la Provincia.

Naturalmente il dibattito su Aq16 non nasce nel vuoto. Fa parte di una più ampia offensiva politica che la destra italiana conduce da anni contro i centri sociali. I casi simbolo sono quelli del “Leoncavallo” a Milano o di “Askatasuna” a Torino, diventati bersagli ricorrenti nel discorso pubblico sulla legalità e sulle occupazioni.

Una battaglia ideologica che può anche essere legittima, ma solo se coerente. Il problema, infatti, è proprio la coerenza. Perché mentre si invoca tolleranza zero contro i centri sociali di sinistra, da oltre vent’anni nel cuore di Roma un palazzo di sei piani di proprietà pubblica è occupato dal movimento di estrema destra “CasaPound Italia”, che dal 27 dicembre 2003 utilizza lo stabile di via Napoleone III come propria sede nazionale. 

Un’occupazione riconosciuta come abusiva, ma rimasta di fatto irrisolta per più di due decenni. È qui che la retorica della legalità mostra tutta la sua fragilità: se la legge diventa una clava politica usata solo contro alcuni e non contro altri, perde credibilità.

Per questo il caso Aq16 potrebbe trasformarsi in un’occasione utile. Non per una guerra ideologica tra chi invoca sgomberi e chi difende occupazioni, ma per trovare una soluzione concreta: riconoscere il valore sociale che quello spazio ha avuto per una generazione di ragazzi e, allo stesso tempo, garantire regole chiare, sicurezza e responsabilità.

In fondo la vera sfida non è cancellare questi luoghi, ma decidere cosa farne. E, magari, smettere di usare la parola “legalità” come un interruttore da accendere e spegnere a seconda della convenienza politica.