Economia
|Manifattura San Maurizio, si sblocca lo stallo della vertenza
La delegata di Filctem Cgil: “Dopo gli scioperi di maggio l’azienda ci incontrerà”
REGGIO EMILIA – Novità nella vertenza accesa nella Manifattura San Maurizio di Reggio Emilia, azienda della galassia del gruppo Max Mara. Dopo le due giornate di sciopero messe in atto a maggio da un gruppo di lavoratrici (definite “storiche” perché le prime dal 1980), la direzione aziendale ha deciso in questi giorni di incontrarle sui problemi sollevati relativi alle condizioni di lavoro. A spiegarlo è Maria Arca Ascione, delegata sindacale della Filctem Cgil, dal palco di piazza Gioberti dove si è conclusa oggi la manifestazione dello sciopero generale.
“Da settembre ad oggi abbiamo ripreso con tenacia e determinazione un percorso democratico, coinvolgendo tutti i colleghi dentro la fabbrica e abbiamo costruito con loro una nuova piattaforma rivendicativa che è stata votata dalla maggioranza dei lavoratori, a dimostrazione che le problematiche sono tante e reali”, informa Ascione.
“Qualcosa in questi giorni finalmente si è mosso: la direzione ha accettato di incontrarci. Questa apertura ci ridà un pizzico di speranza, nonostante siamo consapevoli di quanto la vertenza sia ancora lunga e non scontata”, continua Ascione. “Le nostre intenzioni – precisa poi – non sono quelle di distruggere, ma confrontarci alla pari e collaborare per costruire un clima aziendale sereno e stimolante”. A prescindere da cosa accadrà “continueremo però, insieme alla Cgil, a rivendicare condizioni di lavoro più dignitose, a testa alta con tutti gli strumenti disponibili”, avvisa la delegata.
Riguardo alla vicenda del polo della moda che Max Mara avrebbe rinunciato a costruire alle fiere di Reggio a causa degli attacchi ricevuti dopo lo sciopero delle sarte della Manifattura, Ascione vuole ribadire “la nostra piena solidarietà al sindaco di Reggio Emilia Marco Massari, colpevole per alcuni di aver fatto addirittura saltare il polo della moda, solo per aver voluto ascoltare e incontrare un pugno di donne”.
Le “reali motivazioni dietro questa scelta possiamo solo immaginarle. Ma in ogni caso vorremmo dire alla presidente di Confindustria, che ha avuto per noi parole irragionevoli e inaccettabili, che nessuna delle nostre rivendicazioni ha mai avuto a che fare con il polo della moda”. Insomma, “non siamo state strumentalizzate dalla Cgil, come qualcuno ha affermato. Abbiamo deciso che era giunto il momento di dare un segnale forte all’azienda e lottare per le nostre condizioni”, dice ancora Ascione.
Sul tema Cristian Sesena, segretario della Cgil reggiana, aggiunge: “Queste lavoratrici hanno tanti meriti per cui dovrebero essere ringraziate: hanno aperto uno squarcio sul lavoro femminile che si estende anche al di fuori dall’azienda, ma ci hanno anche insegnato cosa vuol dire il coraggio”. Anche Sesena sottolinea: “La loro vertenza non c’entra con il polo della moda. E’ stata una battaglia sindacale classica per il salario e i diritti”.
Del resto, spiega ancora il segretario, “un gruppo come Max Mara non investe o disinveste per uno sciopero di 70 dipendenti su 6.000 e non ragiona secondo categorie emnotive di orgoglio ferito, permalosità, lesa maestà e risentimento”. Insomma “se non si è fatto più quell’investimento è perché non è stato ritenuto più proficuo e si è preso a pretesto lo sciopero e la solidarietà dell’amministrazione comunale. Mettiamoci un punto. Siamo stanchi di sentire bugie”.
Ascione, ha continuato con un ritratto impietoso del lavoro all’interno del colosso della moda. “In Manifattura di San Maurizio non si applica il contratto nazionale dell’industria tessile, ma un regolamento interno deciso in maniera unilaterale dall’azienda senza alcun confronto con noi. Questo significa che l’azienda decide le regole sugli orari, le pause, le modalità di utilizzo di ferie e permessi, ma anche sugli aspetti retributivi ed economici”.
Ad esempio “sul sistema di inquadramento, basato su categorie e non su livelli, che non ci permette una crescita economica adeguata alle nostre professionalità e al nostro impegno, con una retribuzione che spesso resta ferma per tutto l’arco della nostra vita lavorativa”. E ancora: “Noi sarte per la maggior parte lavoriamo a cottimo, e farlo senza poter definire con l’azienda come viene calcolato è un problema enorme, ancor di più che l’età avanza”.
Infatti “abbiamo pochi centesimi di secondo per svolgere alcune operazioni come si fa in una catena di montaggio e se non raggiungiamo un numero di capi al giorno deciso dall’azienda, chiamato ‘K100’, possiamo ricevere richiami disciplinari e riduzioni dello stipendio”. Tutto questo “ci porta a lavorare con ritmi molto veloci, perché nessuna può permettersi di guadaganare ancora meno del poco che già prendiamo. E il risultato è che, dopo anni e anni di lavoro a questi ritmi, la gran parte di noi operaie cottimiste perde in modo sistematico alcune capacità fisiche, come muovere le braccia e le mani in un certo modo o stringere gli oggetti tra le dita”.
Nello specifico “soffriamo di una importante patologia alle spalle, ai gomiti, alle mani, e diverse tra di noi hanno sviluppato problemi di natura psicologica. Alcune di queste malattie sono riconosciute come professionali mentre altre, in prima istanza, vengono rigettate dagli enti preposti e passano anni prima che vengano accettate, se avviene. Nel frattempo noi continuiamo ad ammalarci”.
Per questo “ci abbiamo messo la faccia per dire basta e per chiedere alla nostra azienda di ascoltarci e di prtovare a trovare insieme le soluzioni ai troppi problemi che ci riguardano. C’è voluto tantissimo coraggio per decidere di reagire. Qualcuno ha detto che a lamentarci eravamo in poche, ma non è così, perché molte hanno paura di parlare, di schierarsi e di perdere il posto di lavoro. E se non siamo la maggioranza è perché una fetta di dipendenti, impiegati e non cottimisti, hanno certamente condizioni di lavoro buone. Ma questo non vuol dire che non meritiamo che i nostri problemi vengano affrontati e risolti”.
Come? “L’applicazione del contratto nazionale- conclude infine Ascione- permetterebbe da subito di migliorare le condizioni lavorative su tantissimi aspetti”.

