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“Vetto, una diga decisa nel silenzio”

Il Comitato per la salvaguardia del torrente Enza: “Processo senza confronto pubblico sulla Val d’Enza: il Docfap avanza senza una vera partecipazione dei cittadini”

REGGIO EMILIA “Conoscere per deliberare” diceva Luigi Einaudi nella più famosa delle sue “Prediche inutili”; lui economista e secondo presidente della nostra Repubblica, si chiedeva inoltre “Come si può deliberare senza conoscere?”. Mai affermazione e domanda all’un tempo può dirsi più calzante se riferita a ciò che sta accadendo nelle Province di Reggio Emilia, Parma e Regione e che riguarda la diga di Vetto.

Mai come in questa occasione, l’operoso silenzio della Regione e della Bonifica Emilia Centrale sono stati così ermetici e allo stesso modo produttivi, peccato che tutto questo stia privando l’opinione pubblica di momenti di dibattito e di confronto sulla sorte di una intera valle. L’attenzione sulle questioni del fiume, le sue potenzialità e le sue criticità ha avuto come unica occasione di confronto pubblico le proiezioni del docufilm “La Valle Ferita”, che il regista Alessandro Scillitani ha saputo rendere in modo magistrale e convincente, attivando in tal modo il coinvolgimento di centinaia di cittadini desiderosi di conoscere, di capire e di esprimere il proprio pensiero sul futuro della Val d’Enza.

E oggi siamo al Docfap (Documento di fattibilità delle alternative progettuali), un documento che, consegnato a fine estate al committente, è poi scomparso per settimane dai radar di noi interessati al tema, inghiottito in non ben definiti passaggi tecnici, ma che è stato al centro di discussioni riservate, lontane dai riflettori della ribalta ufficiale. È uscito dalle nebbie, per un attimo, soltanto grazie ad uno scarno comunicato della Bonifica, che snocciolando tabelle, numeri e costi, comunicava, a tutti noi cittadini e contribuenti, che la scelta era fatta.

Lo studio ingegneristico Docfap, che precede le fasi successive dell’iter, conferma quanto desiderato da tempo sia dalla politica di destra che da buona parte dei nostri governanti di centro sinistra: per risolvere i problemi del fabbisogno idrico della Val d’Enza occorre una diga e, per giunt,a grande. Tutto questo sta avvenendo sulla testa dei cittadini, nel chiuso delle stanze dei palazzi, nella più totale assenza di partecipazione e confronto pubblico. In verità vi sono state mille occasioni per discutere del fiume, del fabbisogno idrico, del futuro della Val d’Enza durante ben due campagne elettorali, una per il rinnovo delle amministrazioni comunali della nostra provincia, dove il tema non è stato mai toccato in modo esplicito ed esaustivo, e l’altra in occasione delle Regionali che ha visto l’attuale presidente evitare l’argomento, lasciando che le lobby elettorali si esprimessero con voti a favore di questo o quel candidato consigliere “amico”, prefigurando, senza esplicitarlo , un chiaro orientamento politico a favore di una grande opera idraulica.

Neppure la straordinaria occasione dell’avvio e dello sviluppo del contratto di fiume per il torrente Enza, voluto dall’Autorità di Bacino e finanziato dalla Regione, è stata colta dai decisori quale occasione per impostare seriamente un confronto pubblico, aperto e trasparente. Il CdF, come noto, è un consesso assembleare nel quale, centinaia di stakeholders istituzionali, associativi assieme a cittadini organizzati, si confrontano in modo franco e chiaro, con esperti, sui temi dei fiumi. Abbiamo chiesto, a più riprese in questi due anni, che il processo partecipato del Contratto di Fiume per il fiume Enza, potesse svilupparsi in accompagnamento al team tecnico che, in altra sede, stava conducendo la redazione del Docfap, ma tale prospettiva non è stata accolta.

Non è un caso se negli incontri del contratto di Fiume, succedutisi per ben due anni, si sia registrato un progressivo disimpegno degli enti locali e della Bonifica che, dopo l’avvio del processo, hanno diradato le loro presenze, sino a ridurre l’auspicato confronto sul Docfap ad un solo momento nel quale, a studio ancora largamente da elaborare, sono state rigettate tutte le ipotesi di opere sinergiche ed alternative alla diga, opera assunta quindi quale obiettivo indiscutibile da perseguire a tutti i costi. Un documento, il Docfap, che va ricordato, dovrebbe mettere a confronto le ipotesi in campo, favorire approfondimenti e alternative tecnico progettuali, tenendo nella massima considerazione le implicanze ambientali, ecosistemiche e territoriali, legate ai territori attraversati dal fiume. Siamo di fronte, quindi, ad una esplicita assenza di confronto democratico tra proponente e opinione pubblica, che ha prodotto una oggettiva e al momento incolmabile mancanza di partecipazione attiva dei cittadini.

Un modo di procedere opaco, antidemocratico, che non può essere surrogato dai pochi mesi in cui si cercherà di “comunicare” all’opinione pubblica i contenuti del Docfap e le decisioni prese. In questa regione non possiamo permettere che lobby, potentati e gruppi di pressione economica possano decidere sulla testa di tutti noi cittadini e delle future generazioni il destino di una intera valle. Dobbiamo pretendere di poter dire la nostra sulla più grande opera infrastrutturale che il nostro territorio potrebbe ospitare dopo la realizzazione della Alta velocità, il cui tracciato e la cui realizzazione, va ricordato a chi ci governa, fu accompagnata da una grande stagione di partecipazione di cittadini e organizzazioni del territorio reggiano.

Conoscere per deliberare, si diceva, assume quindi il valore di un obiettivo politico che va perseguito nell’interesse di tutti, e il Contratto di Fiume può essere il luogo adatto ad accogliere un confronto e una discussione vera, che finora è colpevolmente mancata.

Comitato per la salvaguardia del torrente Enza