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“Sguardo coloniale, l’assessora Mahmoud spieghi cosa significa”
L'assessore Marwa Mahmoud

Michele Lagano: “Chiedere spiegazioni su queste espressioni non è ‘travisare’ o essere razzisti, è esercitare il diritto democratico al confronto nel merito”

REGGIO EMILIA – Quando una polemica pubblica si accende su questioni semantiche e simboliche così delicate, è compito di chi governa rispondere con trasparenza, precisione e, quando serve, umiltà. Nella replica dell’assessore Marwa Mahmoud, la mancanza di queste qualità è evidente.

Il post dell’assessore Marwa Mahmoud è il classico esempio di comunicazione evasiva che aggira sistematicamente il cuore della questione. Gli insegnanti reggiani non hanno contestato l’impegno dell’amministrazione sull’inclusione. Hanno contestato l’uso di espressioni pesanti e offensive come “sguardo coloniale” e la necessità di “decolonizzare” l’approccio educativo.

L’assessore Marwa Mahmoud risponde affermando di “non aver mai detto che i docenti non si impegnino per l’accoglienza”. Ma questa è una falsa contestazione: nessuno l’ha accusata di questo. Si tratta di una classica fallacia argomentativa: si confuta un’accusa mai mossa per evitare di rispondere a quella reale.

Come si concilia, inoltre, l’affermazione “c’è una marea di professori che tutti i giorni fa di tutto” con la necessità di “decolonizzare il nostro sguardo”? Il termine “coloniale” nel contesto post-coloniale non è neutro né generico: indica rapporti di potere asimmetrici, oppressione sistemica, imposizione culturale, negazione dell’alterità, discriminazione razziale.

O lo sguardo della scuola reggiana è coloniale, e allora bisogna spiegare in cosa consiste questo colonialismo, oppure non lo è, e allora perché usare questo termine? Non si può contemporaneamente elogiare l’impegno degli insegnanti e accusare implicitamente il loro approccio di essere coloniale. È una contraddizione logica prima ancora che politica.

L’intero post, inoltre, è pervaso da una vaghezza di contenuti che impedisce qualsiasi confronto nel merito. Parla di “limiti strutturali” senza specificare quali. Cita “strumenti che dovrebbero essere in dotazione” senza indicarne nemmeno uno. Invoca “competenze adeguate” senza definirle. Menziona una fantomatica distinzione tra “serie A e serie B” “collegata al posizionamento socio-economico o più complessivamente alla diversità”, senza dire chi la creerebbe. Questa genericità non è casuale: serve a mantenere un’accusa diffusa senza doverla mai argomentare concretamente. E’ un maldestro tentativo di distrazione di massa.

Anziché spiegare cosa intenda con “decolonizzare” – che è il punto contestato – l’assessore Marwa Mahmoud sposta il discorso sulla mancanza di risorse ministeriali e sull’Osservatorio nazionale per l’integrazione. Nessuno nega che servano più risorse. Ma questo non spiega la scelta di un lessico accusatorio verso chi lavora quotidianamente per l’inclusione.

È la solita diversione retorica identitaria della giunta Massari : si attacca il governo Meloni per evitare di rendere conto delle proprie affermazioni e azioni estemporanee. Insomma: i meriti sono nostri, i demeriti del governo Meloni.
Particolarmente grave è il finale, dove l’assessore Marwa Mahmoud recita la parte a lei più congeniale: la vittima designata. L’assessore è insuperabile nella professione di vittimismo. E’ la sua specialità preferita. Accusa chi la critica di basarsi su “pregiudizi e stereotipi che per loro incarno”. Questa è un strumentalizzazione della propria origine per delegittimare qualsiasi critica, trasformando una legittima obiezione nel merito in un presunto pregiudizio razzista. Ora, le parole “decolonizzare lo sguardo coloniale” sono pubbliche, documentate, verificabili. Chiedere spiegazioni su queste espressioni non è “travisare” o essere razzisti, – è esercitare il diritto democratico al confronto nel merito.

Nella replica dell’assessore Marwa Mahmoud, infine, non c’è una sola parola di riconoscimento che la scelta terminologica possa essere stata infelice, ambigua o fraintendibile. Non c’è disponibilità a riformulare, a precisare, a chiarire. Si mantiene ferma una posizione accusatoria verso la scuola e poi ci si lamenta che gli insegnanti si siano sentiti offesi. Questo denota una rigidità ideologica preoccupante in chi dovrebbe amministrare le politiche educative con equilibrio e capacità di ascolto.

Da docente di Storia e Filosofia, chiedo pubblicamente all’assessore Marwa Mahmoud di rispondere con chiarezza e concretezza: in cosa consiste lo “sguardo coloniale” che attribuisce alla scuola reggiana? Fornisca esempi documentati. Fornisca prove concrete. Quali comportamenti, prassi o approcci didattici sarebbero coloniali e andrebbero modificati? Chi crea la distinzione tra “serie A e serie B” di cui parla? Gli insegnanti? Il sistema? Le famiglie? Quali strumenti e competenze specifiche dovrebbero essere forniti alle scuole, al di là della retorica generica sulla formazione? È disposta a riconoscere che l’uso del lessico decoloniale possa aver creato un fraintendimento legittimo, o mantiene la posizione che il problema sia solo di chi l’ha ascoltata?

Questa vicenda non riguarda solo l’inclusione scolastica. Riguarda il modo in cui si amministra e si comunica nella cosa pubblica. Un’assessora che usa espressioni pesanti in un’iniziativa pubblica, che viene legittimamente contestata da una parte significativa del corpo docente, e che risponde con una lunga non-risposta piena di generici appelli e velate accuse, sta venendo meno al proprio dovere istituzionale di chiarezza e trasparenza.

Se si vogliono davvero politiche educative interculturali efficaci, bisogna costruirle con gli insegnanti, non contro gli insegnanti. E per costruire insieme serve un linguaggio condiviso, non un lessico ideologico che divide e offende. La scuola reggiana merita rispetto, chiarezza e risposte concrete.

Michele Lagano