Economia
|“Sfruttate al Max”, il servizio di Report sul lato oscuro del lusso
Turni ripetitivi, pause da recuperare e il fantasma del K100: così 60 lavoratrici hanno denunciato condizioni “non dignitose” a Max Mara
REGGIO EMILIA – Il 17 giugno scorso Max Mara sfilava alla Reggia di Caserta presentando la collezione Resort 2026, ispirata alle dive del cinema italiano anni ’50. Abiti e cappotti di lana e cashmere perfetti, morbidi, simbolo dell’eccellenza del made in Italy. Molti di quei capi, però, nascono in un luogo dove, secondo una parte delle lavoratrici, la morbidezza dei tessuti contrasta con la durezza del lavoro: la Manifattura di San Maurizio, alle porte di Reggio Emilia, uno dei principali stabilimenti produttivi del gruppo.
È proprio qui che si realizzano oltre 100.000 capi l’anno, richiedendo fino a 100 fasi di lavorazione e dalle 3 alle 5 ore per completare un cappotto. E sempre qui, il 21 e il 23 maggio, circa 60 delle 220 dipendenti – in larga maggioranza donne – hanno organizzato il primo sciopero dagli anni ’80, denunciando condizioni di lavoro “stressanti e non dignitose”. A raccontarlo è stata la puntata di Report “Sfruttate al Max”, andata in onda ieri sera.
“C’è chi vomita prima di entrare al lavoro”
Le testimonianze, raccolte dalla giornalista Marzia Amico, dipingono un quadro pesantissimo. Una lavoratrice racconta nel servizio andato in onda: “La cosa peggiore è l’ambiente. Ci sono persone che al mattino stanno così male da vomitare prima di entrare. Che non dormono la notte per l’ansia”. Un’altra lavoratrice aggiunge: “Qui contano solo i numeri. I numeri vengono prima di qualsiasi cosa”.
Secondo diverse operaie, ogni fase di lavoro è cronometrata da addetti che stazionano accanto alla postazione, registrando con il cronometro tempi e prestazioni. Si chiamano tempisti. “Hai una persona vicino che ti guarda mentre lavori, per mezz’ora o più. A volte anche tutto il giorno. Se impieghi un minuto in più, perdi minuti di lavorazione: non raggiungi il tuo 480 (480 minuti lavorati) e quindi non arrivi al K 100”, spiega una dipendente.
Il “K 100”, l’incubo delle lavoratrici
Il sistema interno di valutazione della produttività – il famigerato K 100 – è indicato come la principale fonte di stress. Servono un certo numero di capi al giorno e noi lavoriamo 8 ore al giorno, ovvero 480 minuti. A fine giornata noi dobbiamo consegnare un certo numero di capi. Se non lo facciamo, devo giustificarlo alla capo reparto. Dopo arrivano lettere di richiamo o provvedimenti disciplinari”, racconta una lavoratrice. Le operaie descrivono turni ripetitivi e senza tregua: asole cucite a mano, ribattiture, operazioni identiche per settimane su migliaia di capi.

La retribuzione?
“Arrivo a 1.300-1.350 euro al mese. Un cappotto ne vale due dei miei stipendi”, dice una dipendente. “Sopra il K 100 hai qualcosa in più”.
Pausa bagno? Da recuperare lavorando
Un altro punto critico riguarda le due pause da 8 minuti ciascuna previste per recuperare lo sforzo ripetitivo. “In quelle pause andiamo in bagno o prendiamo un caffè. Quello che non viene detto e che influiscono sul tempo di lavorazione. Quando torni devi recuperare il tempo che hai perso. Per questo molte colleghe preferiscono non andare in bagno”, racconta un’operaia. Per anni, inoltre, esisteva un “tasto B”: le lavoratrici dovevano schiacciarlo allontanandosi dalla postazione e al ritorno.
Poi il sistema è stato sostituito dai controlli dei caporeparto. Racconta una operaia: “Se vai in bagno una volta in più, vieni chiamata e rimproverata”.
Contratti aziendali ad hoc, non il CCNL tessile
La Filctem-Cgil denuncia un altro aspetto: Max Mara non applica il contratto nazionale del settore tessile, ma regolamenti aziendali propri. La segretaria Erica Morelli spiega: “Con il contratto nazionale molte lavoratrici avrebbero un inquadramento e una retribuzione più alta. Negli anni Settanta ci furono 200 ore di sciopero per le stesse criticità: è cambiato poco”. Morelli aggiunge che la Cgil ha segnalato “60 casi di malattie professionali” e che, nonostante le richieste, un confronto con la proprietà “non è mai stato possibile”.
Le interrogazioni parlamentari e l’intervento del sindaco
Dopo lo sciopero, sono arrivate diverse interrogazioni parlamentari. La viceministra Bellucci ha confermato che all’Ispettorato nazionale del lavoro risultano segnalazioni su “situazioni problematiche”. Il gruppo, da parte sua, ha dichiarato che tali procedimenti “riguardano singole dipendenti e non il sito di San Maurizio”.
Come è noto il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, che è stato intervistato nel servizio, ha incontrato sia le lavoratrici in sciopero sia il gruppo contrario alla protesta. Ma, in seguito a questo, il presidente del gruppo, Luigi Maramotti, ha fatto sapere che il nuovo polo della moda da 130.000 metri quadrati previsto a Mancasale – che avrebbe garantito almeno 250 nuove assunzioni – non verrà più realizzato. Il 30 giugno l’azienda non si è presentata al rogito per l’area.

Un’eccellenza del made in Italy sotto accusa
La puntata di Report ha portato alla luce un paradosso: dietro il lusso e la perfezione dei cappotti Max Mara, simbolo dell’artigianato italiano, si celerebbero ritmi e condizioni di lavoro che una parte delle dipendenti definisce “insostenibili”. Il gruppo, fedele alla propria linea, non ha rilasciato dichiarazioni al programma:
“Non è consuetudine dell’azienda discutere pubblicamente delle sue relazioni industriali”.

