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Non abbiamo imparato nulla: da Bibbiano a Chieti, l’Italia ripete gli stessi errori

Il Paese e la politica ci ricascano: polemiche immediate, divisioni politiche e nessuno che metta davvero al centro i bambini

REGGIO EMILIA – C’è un filo che lega il caso di Bibbiano, diventato negli anni un simbolo distorto, un terreno di scontro politico molto più che una vicenda giudiziaria, a ciò che sta accadendo oggi a Chieti. Quel filo è la nostra incapacità, collettiva, di affrontare con lucidità e responsabilità il tema più delicato che esista: la tutela dei bambini.

La “lezione di Bibbiano”, al netto dei processi, degli archivi e delle accuse poi ridimensionate o cadute, avrebbe dovuto insegnarci almeno una cosa: che non si può trasformare il dolore dei minori in un campo di battaglia ideologica, né brandire le loro storie come armi politiche. E invece eccoci di nuovo qui, a replicare gli stessi errori, con gli stessi toni, gli stessi schieramenti. Di nuovo le piazze virtuali si infiammano. Di nuovo la politica si divide in blocchi contrapposti. Di nuovo si parla dei bambini, raramente per i bambini.

Il caso di Chieti — ancora tutto da chiarire e che coinvolge scelte complesse, tecniche e dolorose come ogni allontanamento familiare — è già stato travolto dal giudizio sommario dell’opinione pubblica. Ancora prima che gli atti parlino, prima che gli operatori possano spiegare, prima che magistrati e servizi sociali completino accertamenti e valutazioni, il dibattito è stato trasformato in un’arena in cui contano solo gli slogan.

È come se non riuscissimo a imparare dal passato che la giustizia non si fa sui social, che i tribunali non sono talk show e che, dietro ogni fascicolo, ci sono vite fragili, vulnerabili, che non possono difendersi dal rumore assordante che produciamo.

Il problema non è discutere: un Paese democratico deve interrogarsi sul funzionamento dei servizi sociali, sul ruolo dei giudici minorili, sulle garanzie per le famiglie. Il problema è come discutiamo. Sempre con la logica del “tifo”, mai con quella dell’ascolto. Sempre cercando un colpevole immediato, mai provando a capire la complessità. Sempre convinti che i fatti debbano piegarsi alla nostra narrazione e non il contrario.

E mentre noi litighiamo, chi dovrebbe essere al centro — i bambini — scompare. Scompaiono le loro necessità, le loro paure, il loro diritto a essere protetti al di là degli schieramenti. Scompaiono le famiglie che affrontano percorsi drammatici. Scompaiono anche gli operatori che, pur con i loro limiti come ogni categoria, lavorano spesso in condizioni difficili, tra carichi enormi, risorse scarse e responsabilità immense.

La verità, durissima da ammettere, è che l’Italia non ha ancora sviluppato una cultura matura attorno alla tutela dei minori. Ogni caso diventa una bandiera, ogni sentenza una battaglia, ogni intervento un pretesto per confermare le proprie convinzioni.

La lezione di Bibbiano non è bastata. E la tragedia — civile, culturale, politica — è tutta qui: a ogni nuovo caso ricominciamo da zero, come se non avessimo memoria, come se non avessimo imparato nulla. Se davvero vogliamo proteggere i più fragili, serve un patto diverso. Un patto che metta al centro la verità, non la propaganda. Il silenzio necessario alla giustizia, non il clamore. E soprattutto i diritti dei bambini, non la convenienza del momento.

Perché finché continueremo a ripetere gli stessi errori, non sarà Bibbiano ad aver fallito: saremo stati noi.