Dalla scuola alle luminarie: due prese di posizione dell’amministrazione che sollevano dubbi su ideologia, tradizioni e rispetto dei cittadini
REGGIO EMILIA – Woke, il termine deriva dall’inglese “awake” (sveglio) e indica una persona attenta alle disuguaglianze sociali, economiche e culturali. E, fin qui, si dirà, niente di male. Anzi. Il problema è che negli Stati Uniti la cultura woke ha subito, negli anni, una degenerazione ed è diventata cancel culture.
Così ci sono movimenti per cancellare il Columbus day e numerosi episodi di iconoclastia volti a rimuovere statue o monumenti, come quelli di Cristoforo Colombo e Winston Churchill, considerati simboli di un passato razzista e schiavista.
L’obiettivo, per i cultori del woke, è ridurre la predominanza di testi che potrebbero perpetuare stereotipi razziali o di genere e sostituirli con opere che promuovono una comprensione più equa e inclusiva della società. Tale movimento ha portato alla rimozione dal curriculum scolastico (o perlomeno alla messa in discussione) di grandi autori del passato, fra cui (per citare solo alcuni esempi) Omero, Shakespeare, Mark Twain e James Joyce.
Questo ha contribuito, in parte, alla sconfitta dei Democratici negli Usa contro Trump nelle ultime elezioni.
In Italia, per fortuna, la ideologia woke non è ancora così predominante, ma ne abbiamo avuto due esempi, recentemente, proprio a Reggio Emilia. L’assessora alla scuola di Reggio Emilia, Marwa Mahmoud, ha recentemente invitato il mondo della scuola a “decolonizzare lo sguardo” e a promuovere una formazione continua per superare approcci “coloniali” nei confronti degli studenti stranieri. Poi, nel giro di qualche giorno, è stata la volta delle lanterne rosse imposte dal Comune di Reggio Emilia in viale IV Novembre, in vista del festeggiamento del capodanno cinese, in alternativa alle luminarie di Natale.
Entrambe le situazioni hanno suscitato la protesta delle forze di opposizione, degli insegnanti e dei residenti del quartiere stazione. Nel primo caso i docenti si sono sentiti offesi dalla richiesta di decolonizzare lo sguardo e, nel secondo, i residenti del quartiere stazione hanno chiesto di avere, come tutta la città, le loro luminarie di Natale.
Orbene, per quel che riguarda le frasi dell’assessore dobbiamo dire che, sostanzialmente, sono state poco accorte. Primo perché invitare a decolonizzare lo sguardo quando la scuola è alla prese con ben altre emergenze suona un po’ bizzaro. Il problema, che a un assessore alla scuola non dovrebbe sfuggire, è che oggi molti studenti stranieri arrivano nei nostri istituti senza alcuna alfabetizzazione e senza avere mediatori culturali che aiutino gli insegnanti a trasmettere a loro il sapere e le famiglie a comprendere la nostra società.
Senza strumenti del genere è ovvio che è velleitario parlare di decolonizzare lo sguardo se nemmeno viene garantita la capacità di comprendere quello che viene insegnato da parte dei giovani migranti. E’ evidente che, solo dopo avere superato i problemi di questo tipo, si può, eventualmente, lavorare su tematiche di questo tipo. Senza considerare, poi, che l’articolo 33 della Costituzione italiana sancisce la libertà di arte, scienza e insegnamento e, di conseguenza, dà totale libertà ai docenti nelle metodologie di insegnamento, sempre nel rispetto del programma.
Passando poi alle luminarie di Natale in zona stazione, volendo affrontare il tema seriamente, al di là degli aspetti prettamente folcloristici, è evidente che qui siamo di fronte a un tema di cancel culture. In sostanza si sta dicendo ai residenti del quartiere stazione che devono rinunciare ai simboli del Natale, a fronte della donazione della comunità cinese delle lanterne rosse in vista del Capodanno cinese.
Al di là del fatto che non si capisce come, ragionevolmente, non si potessero mettere le luminarie di Natale per poi passare, da metà gennaio, alla lanterne rosse dato che il capodanno cinese inizia il 17 febbraio, lascia perplessi la replica dell’assessore Prandi quando dice che le città “non sono musei del passato ma laboratori del presente”. Nessuno, infatti, nega la presenza di quelle luminarie, ma reputa magari che sarebbe stato opportuno allestirle dopo il Natale.
I due esempi riportati, quello della decolonizzazione culturale e delle lanterne rosse, sostanzialmente, fanno temere un approccio ideologico da parte della nostra amministrazione culturale a temi come quello dell’educazione, della formazione e del rispetto delle tradizioni che, invece, dovrebbero essere trattati con maggiore rispetto da amministratori che, serve ricordarlo, sono i rappresentanti di tutti i cittadini e non sono al servizio di ideologie o di correnti di partito.

