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Famiglia nel bosco, Rossi: “Quello di Salvini è sciacallaggio istituzionale”

Il deputato Pd: “Non possiamo permettere che ancora una volta i diritti dei bambini diventino ostaggi di battaglie ideologiche o di processi mediatici”

REGGIO EMILIAIn questi giorni, leggendo la cronaca nazionale sulla vicenda di Palmoli, mi sono ritrovato catapultato al giugno 2019, quando i fatti di Bibbiano divennero terreno di speculazione politica nazionale. Allora come oggi, assistiamo all’uso strumentale di vicende che riguardano i diritti dei bambini per quello che io chiamerei “consenso elettorale”.

Lo slogan era “giù le mani dai bambini”, coniato dall’attuale vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, che in questi giorni è tornato sulla scena con toni e modalità non lontane dal 2019. Ha suscitato consenso e scosso coscienze, ma ancora una volta con un atteggiamento profondamente strumentale, e che dimostra l’assenza di quella capacità di analisi e responsabilità che dovrebbe caratterizzare chi ricopre ruoli istituzionali e politici.

La vicenda di Palmoli riguarda tre bambini che non sono stati “sottratti”, come si continua a dire impropriamente, ma affidati temporaneamente a una comunità famiglia, nella speranza di creare le condizioni per un ricongiungimento con i genitori. Questa distinzione non è formale: è sostanziale. Eppure viene sistematicamente ignorata da chi preferisce la semplificazione alla complessità, lo slogan alla verità.

Esiste un elemento che la discussione pubblica ha completamente distorto: l’allontanamento non è una punizione per i genitori, ma uno strumento di tutela del minore. La sua natura giuridica è chiara. Si tratta di un provvedimento strettamente tecnico, fondato su valutazioni multidisciplinari, operate da professionisti esperti e sottoposto alla vigilanza del Tribunale per i minorenni. Trasformarlo in un’arma per la polemica politica significa ignorare che la centralità del minore impone prudenza, riserbo e competenza.

Non si può accreditare l’idea che un giudice o i servizi sociali “strappino” un bambino sulla base di impressioni o pregiudizi. La normativa e la giurisprudenza richiedono un accertamento puntuale: l’ascolto qualificato del minore, la valutazione dell’ambiente familiare, il vaglio di eventuali rischi e la verifica di soluzioni meno invasive prima di arrivare alla separazione. Ogni scelta deve essere proporzionata, motivata e temporanea, finalizzata alla protezione e mai alla stigmatizzazione.

Nel caso di Palmoli, il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha disposto il trasferimento dei tre bambini in una comunità educativa perché vivevano in un casolare nei boschi privo di acqua corrente, elettricità e gas, in condizioni di isolamento sociale ritenute pregiudizievoli per il loro sviluppo psicologico e per il diritto alla vita di relazione. Non si tratta di contestare uno stile di vita, ma di valutare se quello stile garantisca ai bambini uno sviluppo armonico e una socialità adeguata ai loro diritti fondamentali.

Salvini ha definito il provvedimento “vergognoso”, promettendo di seguire personalmente la vicenda e accusando lo Stato di ingerirsi nell’educazione familiare. Ha paragonato la situazione ai famosi campi rom, sostenendo che in quei casi assistenti sociali e giudici non intervengono con la stessa determinazione, anche se diversi studi e dati dimostrano il contrario.

Ed è proprio per questo che la narrazione costruita in questi giorni è doppiamente pericolosa. Da un lato vìola la riservatezza del minore, trasformando un procedimento delicatissimo in un caso mediatico. Dall’altro rischia di minare la fiducia nelle istituzioni chiamate a tutelare i più fragili. Alimentare sospetti, insinuazioni o complotti significa colpire proprio chi dovrebbe essere difeso: il bambino coinvolto.

Proprio da Bibbiano avremmo dovuto imparare una lezione fondamentale. La sentenza di primo grado, sei anni dopo, ha chiarito che non esistevano “ladri di bambini” né un sistema volto a sottrarre minori alle famiglie. Ma quale prezzo abbiamo pagato per quella campagna mediatica? Minori in affido familiare sono diminuiti a causa della sfiducia generata dal caso. Bambini che avrebbero potuto essere protetti sono rimasti in situazioni di disagio perché chi avrebbe dovuto intervenire temeva di essere etichettato come “ladro di bambini”.

Questa è la responsabilità della politica quando strumentalizza: non solo crea ingiustizie verso gli accusati, ma paralizza un sistema di tutela che dovrebbe funzionare nell’interesse dei minori, non delle campagne elettorali.

La politica dovrebbe sapere che ci sono ambiti nei quali la ricerca del consenso immediato non può prevalere. Usare una storia familiare complessa per attaccare un avversario o per costruire un’identità di corrente significa oltrepassare un limite. Significa praticare l’opportunismo più cinico: sfruttare il dolore di un minore per ottenere qualche titolo di giornale e qualche punto in più sui social.

Non entro nel merito delle vicende personali. Non giudico la famiglia coinvolta e non giudico la scelta dei magistrati. Difendo però un principio: l’interesse del minore non si presta alla spettacolarizzazione politica. Chi ha responsabilità pubbliche dovrebbe esserne custode, non manipolatore.

Quando un leader politico sceglie scientemente di distorcere una vicenda così sensibile per colpire un intero sistema di garanzie, non è libertà di opinione. È sciacallaggio istituzionale, delegittimazione dei presidi di tutela e tradimento del ruolo che chi amministra il potere dovrebbe svolgere: proteggere i più deboli, non usarli come clava.

Non possiamo permettere che ancora una volta i diritti dei bambini diventino ostaggi di battaglie ideologiche o di processi mediatici destinati a rivelarsi poi ingiusti. Bibbiano ci ha mostrato quanto possa essere devastante la strumentalizzazione politica di vicende così delicate. Eppure c’è chi non ha voluto imparare quella lezione, preferendo ripetere gli stessi errori perché quegli errori, forse, portano voti.

Ma i bambini non sono merce di scambio politico. I loro diritti non possono essere subordinati alle strategie di consenso. Per questo intervengo. In Italia l’allontanamento del minore non è un abuso di potere, ma un istituto di protezione che va compreso, spiegato e rispettato. La politica, se vuole essere all’altezza, deve imparare a tenersi lontana da dinamiche che mettono a rischio chi afferma di voler difendere.

Andrea Rossi, deputato Pd