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La Cisl: “La food valley emiliana non esisterebbe senza immigrati”

In alcune aziende del lattiero-caseario reggiano si superano picchi del 40% di forza lavoro immigrata. Il sindacato: “Le aziende li cercano perché sono più remissivi”

REGGIO EMILIA – Filiere iconiche della “food valley” emiliana, come quella del Lambrusco, del Parmigiano Reggiano a Reggio Emilia e dell’Aceto Balsamico a Modena “non potrebbero esistere senza il lavoro degli immigrati”. Sono le conclusioni del primo rapporto sui lavoratori immigrati nell’agroalimentare – presentato oggi a Modena – promosso dal sindacato Fai-Cisl Emilia centrale.

L’analisi, dal titolo “Made in Immigritaly” e curata dai ricercatori Claudio Paravati e Marzia Montesano, mostra ad esempio come in alcune aziende del lattiero-caseario reggiano si superano picchi del 40% di forza lavoro immigrata, mentre nel distretto della carne modenese il 35-40% degli addetti è straniero. Nelle province di Modena e Reggio le quattro nazionalità più numerose sono India (15.9%), Marocco (13.3%), Albania (12%) e Pakistan (11%). E il 24% degli infortuni riguarda lavoratori non italiani.

In dettaglio il comparto lattiero-caseario reggiano, pezzo da 90 della “via del latte” nel Nord Italia, trova un pilastro nel 14% di lavoratori di nazionalità indiana (sikh), che secondo uno stereotipo avrebbero una “naturale” attitudine alla gestione degli animali. Nella ricerca, a questo proposito, viene coniato il termine “Parmigiano Reggiano-sikh”. Nell’industria della carne modenese, la quota di lavoratori stranieri si attesta, come detto, sul 35-40% a fronte di una incidenza di stranieri residenti del 13,6%.

“Le aziende – secondo la Fai Cisl – cercano la forza lavoro ritenuta meno rivendicativa e più remissiva per mantenere ritmi pesanti e bassi costi. Una lettura su cui si innesta il ricorso diffuso ad appalti e cooperative spurie per reclutare gli organici necessari”. Il che, aggiunge il sindacato, “produce salari più bassi, minori tutele e la mancanza di un investimento strutturale sul tema chiave della formazione”.

Ma ora “per questi lavoratori è il tempo della dignità, dell’uscita dall’invisibilità nella quale sono costretti. E’ tempo del lavoro agricolo di qualità e di un grande fronte contro sfruttamento e caporalato, adottando una nuova strategia nazionale”, invoca Daniele Donnarumma, segretario generale Fai Cisl Emilia Centrale”.

Concorda Alessio Mammi, assessore regionale all’Agricoltura: “L’Italia non può più permettersi un approccio emergenziale. Servono soluzioni strutturali basate su legalità, incrocio efficiente tra domanda e offerta di lavoro. Il primo tema è una gestione dei flussi diversa e più efficiente”, dice. Secondo il vescovo di Modena, Erio Castellucci, “ò’italianità dei prodotti, molto raccontata, non ci sarebbe se non fosse supportata da tanti cittadini di origine straniera. E allora occorrono politiche che sappiano praticare accoglienza e integrazione”.

Il deputato Pd Stefano Vaccari (commissione Agricoltura) e la segretaria generale della Cisl Rosamaria Papaleo puntano invece il dito contro i meccanismi della legge Bossi-Fini, da cui discende “una gestione vergognosa dei flussi”. Intanto il prossimo 14 ottobre ci sarà la firma del protocollo che istituisce la “Rete del lavoro agricolo di qualità” a Modena. Un “ottimo risultato”, afferma il direttore dell’Inps modenese Salvatore De Falco, che parla di “buone prassi” nell’agricoltura, da esportare anche nei settori della ceramica e della meccanica.