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Città Migrante: “I Cpr sono un problema, non la soluzione”

L’associazione: “La città deve investire in percorsi di inclusione, prevenzione e giustizia sociale, non in strutture che perpetuano esclusione e sofferenza”

REGGIO EMILIALa proposta avanzata dal capogruppo di Reggio Civica di aprire un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) a Reggio Emilia non è solo grave e pericolosa ma completamente inefficace per risolvere il problema su cui si dice di voler intervenire. Presentare l’istituzione di un Cpr come “gesto di responsabilità istituzionale” significa ignorare la realtà giuridica e umana di queste strutture: i Cpr sono zone grigie della legalità, luoghi di detenzione amministrativa dove persone vengono private della libertà non per aver commesso reati, ma per non avere i documenti. In questi centri, le condizioni sono spesso degradanti, i diritti umani sistematicamente violati, e le garanzie giuridiche praticamente assenti.

L’idea di collocare un Cpr nell’area delle ex Officine Reggiane, come suggerito da Tarquini, non è una soluzione “ordinata e dignitosa”, ma un tentativo di normalizzare la segregazione. Le Reggiane sono uno spazio simbolico per la città, legato alla memoria storica, alla rigenerazione urbana e all’innovazione sociale.

I Cpr non sono strumenti di giustizia penale: non ospitano “pusher condannati”, ma migranti in attesa di espulsione, molti dei quali non hanno commesso alcun reato. Confondere sicurezza con detenzione indiscriminata è una scorciatoia ideologica che alimenta stigma, paura e esclusione. La retorica del rigore si scontra con la realtà: più Cpr non significano più rimpatri, ma solo più marginalizzazione, più costi pubblici e più violazioni dei diritti fondamentali.

La sicurezza non si garantisce rinchiudendo persone in luoghi opachi e fuori controllo. I Cpr vanno chiusi, non aperti. Reggio Emilia deve difendere la legalità, sì, ma quella fondata sui diritti, sulla giustizia sociale e sulla dignità umana. Accogliere la proposta del ministro Piantedosi non è coraggio politico: è complicità con un sistema che sospende il diritto e alimenta il degrado che dice di voler combattere. Aprire un Cpr non significa risolvere il problema dello spaccio, è una proposta irricevibile.

La città deve investire in percorsi di inclusione, prevenzione e giustizia sociale, non in strutture che perpetuano esclusione e sofferenza.

Associazione Città Migrante