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Max Mara, Pd e lavoro: il nodo che non si scioglie

La vicenda del Polo della Moda rivela, ancora una volta, le contraddizioni dei Dem: riformisti o massimalisti?

REGGIO EMILIA – Nella vicenda del Polo della Moda il Pd è inciampato in uno dei tanti incidenti di percorso che si ripropongono ai Dem tutte le volte che si parla di lavoro. Il partito guidato dalla Schlein, come è noto, si è diviso sui referendum che si sono tenuti recentemente. L’area più riformista del partito, quella che a suo tempo aveva sostenuto il Jobs act di Renzi, era perplessa sui quesiti.

“Voteremo sì al referendum sulla cittadinanza e sì al quesito sulle imprese appaltanti. Ma non voteremo gli altri 3 quesiti, perché la condizione del lavoro in Italia passa dal futuro, non da una sterile resa dei conti con il passato”. Questo, in sintesi, il ragionamento di quell’area di cui fa parte anche l’ex presidente della Regione, l’europarlamentare Stefano Bonaccini che, tuttavia, non ha mai dichiarato apertamente come ha votato.

Il referendum, poi, è andato come tutti sappiamo con un risultato che, complice l’astensionismo, ha portato alla sconfitta del fronte referendario e quindi, sostanzialmente, della Schlein e di Landini. Il risultato dell’8-9 giugno, in sostanza, sconsiglierebbe derive massimaliste da parte dei Dem e consiglierebbe, anche in una ottica futura per vincere le elezioni, un accordo con le forze riformiste, anche fuori dal Pd, vedi Renzi e Calenda.

Qui a Reggio è successa la stessa cosa. Un Pd che aveva sostenuto, obtorto collo, la campagna referendaria (il segretario Massimo Gazza è un ex renziano e il Pd reggiano è a maggioranza filo Bonaccini, ndr), è stato costretto a supportare la contestazione sindacale delle operaie della Manifattura di San Maurizio, trainato dall’iniziativa sindacale della Cgil.

Il problema è che il sindacato, come è ovvio che sia, fa il suo mestiere e spesso lo fa pure bene, ma la politica deve tenere conto anche di altre valutazioni. Ebbene, nel caso di Max Mara, non lo ha fatto e il sindaco Massari (che non è del Pd, ma forse sta anche più a sinistra nel segreto dell’urna, ndr) e i Dem, che lo sostengono, si sono fatti coinvolgere in uno scontro sindacale da cui, forse, era meglio tenersi fuori, a maggior ragione se si governa una città.

Invece ci sono state interrogazioni in Parlamento, in Regione e si sono ricevute le operaie che protestano contro Max Mara in municipio (ieri il sindaco ha ricevuto anche quelle che sono d’accordo con il loro datore di lavoro, ndr). Il che, si badi bene, non è un atto neutro, ma, giocoforza, ha una precisa valenza politica. Intendiamoci, si può fare, ma bisogna anche calcolarne le conseguenze. Qui, probabilmente, non lo si è fatto. Maramotti ha preso la palla al balzo e ha cancellato l’operazione da 100 milioni di euro del Polo della Moda.

Diciamo che ha preso la palla al balzo, perché è difficile pensare che un imprenditore di quel livello rinunci a un progetto per lui strategico, peraltro approvato dal consiglio comunale, per una questione del genere. E’ probabile che siano altri, anche se al momento ignoti, i motivi che hanno portato il patron di Max Mara a stoppare quell’intervento. Forse, per l’appunto, quel progetto non era più strategico. Lo sapremo nei prossimi mesi.

Quel che è certo che il Pd si è trovato di fronte, sulla vicenda del Polo della Moda, a un dilemma di difficile soluzione, soprattutto in questa fase a trazione Schlein. Appoggiare i diritti dei lavoratori di una azienda del gruppo Maramotti, noto per avere inesistenti relazioni sindacali e per non applicare i contratti nazionali di lavoro, o chiudere un occhio perché, comunque, siamo di fronte a una multinazionale importante, che ha sede a Reggio, dà migliaia di posti di lavoro e sta facendo un investimento da 100 milioni di euro? Il Pci e poi il Pds, Ds e Pd, negli ultimi decenni, lo avevano risolto in maniera un po’ ipocrita, ma efficace. Mandavano avanti il sindacato, mentre sindaco e partito si occupavano poco di queste vicende (anzi si vocifera che un ex primo cittadino andasse pure a cena con il vecchio Achille Maramotti, ndr). Ora si è fatto il contrario.

In ogni caso, ancora una volta, il tema del lavoro ha mandato in fibrillazione un partito, il Pd, che non ha ancora sciolto un nodo fondamentale: ovvero se vuole essere un partito riformista o massimalista su certi temi. Fino a che questo nodo gordiano non sarà tagliato, il tema del lavoro agiterà sempre e produrrà pesanti fratture nei Dem.