Proteste dopo “La notte di certe notti”: l’area riservata non era rialzata. “Promesse disattese, serve inclusione vera”. Inviata una mail al sindaco Massari
REGGIO EMILIA – Disabili senza pedana rialzata che non hanno visto praticamente nulla del concerto di Luciano Ligabue alla Rcf Arena. Due giorni dopo l’evento, “La notte di certe notti”, monta la protesta di chi ha pagato un biglietto, ma si è sentito penalizzato, ancora una volta, per la sua condizione fisica. Ancora una volta perché la stessa cosa era accaduta tre anni fa, proprio durante un concerto di Ligabue alla Rcf Arena.

Una di questi è la modenese Claudia Roncaglia che dice a Reggio Sera: “Tre anni fa c’ero, ma questa volta non ci sono andata. C’è andato un mio carissimo amico, disabile pure lui, e la situazione è quella di tre anni fa. Non c’è un palchetto e quindi non riusciamo a vedere nulla visto che gli altri, davanti, ovviamente stanno in piedi. Io avevo fatto presente la situazione anche tre anni fa. Avevo scritto alla Rcf Arena e a Friends and partners (l’agenzia di Ligabue). Non è cambiato nulla. Io non voglio il lusso e nemmeno uno sconto sul biglietto, ma almeno fateci vedere il concerto. Ho scritto anche al sindaco Massari per segnalare la cosa”.

Il suo amico, Mattia Muratore, ha pubblicato un video su Facebook in cui mostra la situazione che hanno vissuto i disabili e ha commentato: “Tre anni fa veniva inaugurata la Rcf Arena di Reggio Emilia: oltre 100.000 posti e la promessa che ‘tutti avrebbero visto bene e si sarebbero sentiti al centro della festa’. Noi ci siamo andati. Ma, per le persone con disabilità, non è stato così: un’area non rialzata, seduti dietro a una folla in piedi. Risultato? Zero visuale. Lo abbiamo segnalato in ogni modo possibile. Ieri siamo tornati, con la speranza che qualcosa fosse cambiato. Ma nulla è diverso: stessa area, stessi problemi, stessa (pessima) visuale. La Rcf Arena è un luogo straordinario, dove tutti possono vivere la magia di un concerto. O meglio, quasi tutti. Le persone con disabilità, purtroppo, ancora no. Forse è arrivato il momento di parlare meno di inclusione e iniziare davvero a praticarla. Perché non può esserci festa se non possiamo viverla tutti, ma davvero tutti, tutti, insieme”.

