L’attivista per i diritti umani: “Reggio Emilia deve chiarire se contribuisce, anche indirettamente, alla filiera della guerra”
REGGIO EMILIA – In un momento in cui i riflettori internazionali sono puntati sui conflitti in Medio Oriente e sull’uso massiccio di armamenti ad alta tecnologia, emergono interrogativi scomodi anche in ambito locale. A porli è Cosimo Pederzoli, attivista per i diritti umani che chiede se vi sia un coinvolgimento, più o meno diretto, del Tecnopolo di Reggio Emilia nella filiera bellica statunitense.
“Gli Stati Uniti d’America bombardano. Con quale tecnologia? Forse non tutti sanno che, già dal 2022, United States Air Force (Usaf) ha una collaborazione con la ditta di stampaggio 3D Nikon Slm Solutions. Da allora la Slm, che ha come unica sede italiana i laboratori al Tecnopolo di Reggio Emilia, ha sviluppato una versione rivista, potenziata e personalizzata della stampante NXG XII 600 per la produzione di componenti di grandi dimensioni, in particolare per ‘applicazioni nel settore ipersonico e dei missili’. Le bombe GBU-57 sono in dotazione all’Usaf”, scrive Pederzoli.
Nel mirino dell’attivista c’è dunque la SLM Solutions, azienda di stampa 3D acquisita dal colosso giapponese Nikon, la cui unica sede italiana si trova proprio all’interno del capannone 15b del Tecnopolo, uno spazio pubblico gestito da Reggio Emilia Innovazione.
Continua Pederzoli: Tutto questo in un laboratorio pubblico, in una città che si proclama paladina dei diritti umani”.
tra gli armamenti oggi impiegati dalle forze statunitensi – come nell’attacco contro l’Iran – figurano le bombe GBU-57 e i missili da crociera Tomahawk prodotti da Raytheon, colosso bellico che nel 2024 ha firmato un contratto con SLM Solutions (tramite la controllata Collins Aerospace) per l’acquisto di nuove stampanti 3D ad uso militare.
Domanda l’attivista: “Nel 2024 la stessa SLM ha stretto una partnership diretta con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Non stiamo parlando di fantascienza, ma di dati accessibili e confermati. Ed è legittimo chiedersi: cosa fanno esattamente i trenta ingegneri che lavorano nel laboratorio reggiano? Producono componenti civili o militari?”.
La denuncia riguarda anche il ruolo delle istituzioni pubbliche che hanno favorito l’insediamento di SLM a Reggio Emilia. Il progetto, infatti, è stato sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna, tramite la società in house Art-ER, e dallo stesso Comune.
Insiste Pederzoli: “Le istituzioni locali hanno spalancato le porte a un’azienda che ora è coinvolta a pieno titolo nella filiera bellica internazionale. È possibile sapere se ne erano consapevoli? E soprattutto: è accettabile che uno spazio pubblico sia utilizzato per attività connesse alla produzione militare senza che i cittadini ne siano informati?”.
Conclude Pederzoli: “Non si può parlare di città dei diritti e poi facilitare, magari inconsapevolmente, la produzione di strumenti di morte. Serve trasparenza. I cittadini hanno il diritto di sapere, e chi governa ha il dovere di rispondere”.

