Logo
Ligabue, 20 anni dopo Campovolo: “Viviamo in una gigantesca Las Vegas”

Tra emozioni, visioni e impegno civile: il rocker di Correggio racconta il nuovo show tra intelligenza artificiale, debutto del figlio Lenny e messaggi per Gaza e il pianeta.

REGGIO EMILIA – È un Luciano Ligabue profondo, ironico e riflessivo quello che si è presentato in conferenza stampa alla vigilia del grande evento di sabato sera alla RCF Arena di Reggio Emilia, La notte di certe notti. A vent’anni esatti dal primo storico Campovolo del 2005, il cantautore emiliano torna nella “sua” arena con un concerto che si preannuncia come un’esperienza spettacolare, tra tecnologia, emozioni personali e un forte messaggio civile. Dall’intelligenza artificiale al debutto del figlio Lenny, dal ricordo delle “magie” passate al futuro della musica live, Ligabue si racconta senza filtri, in un’intervista fiume che mette al centro emozione, consapevolezza e visione.

Da quello che abbiamo visto sembra che anche in questo show l’intelligenza artificiale sia stata usata parecchio, specialmente per i volti dei personaggi. Ormai è diventata quasi una consuetudine.
Per lo meno questa è la sensazione che ho avuto anch’io. Poi, al di là di tutto, il risultato è ottimo. È chiaro che quando hai a disposizione una tecnologia così, sta a te capire in che misura usarla. Noi abbiamo cercato di sfruttarla per creare delle realtà che non esistono, come far brindare insieme i capi del mondo su una navicella spaziale. Serve, se usata con la giusta parsimonia, ad arricchire i contenuti e ciò che vuoi trasmettere. In particolare, il contributo visual di Cosa vuoi che sia domani assumerà un’altra valenza: durante il brano scorreranno dei dati sul surriscaldamento globale, un tema che molti leader cercano di nascondere sotto il tappeto. Quella Las Vegas post-apocalittica che si vede è potentissima, e sarebbe stata impossibile da realizzare senza l’intelligenza artificiale.

Questa Las Vegas è un po’ il filo conduttore del concerto, soprattutto dal punto di vista visuale, ma anche simbolico. Cosa rappresenta per lei?
Se guardate il video di Viva!, è ambientato a Las Vegas. Indosso giacche improbabili e si capisce che sono un po’ un pesce fuor d’acqua. Las Vegas rappresenta tutto e il contrario di tutto, ed è un’immagine fortissima dei nostri tempi. Oggi viviamo dentro una gigantesca Las Vegas.

Domani sarà anche il primo Campovolo per suo figlio Lenny. Che emozione è per lei e per lui?
Lui ha fatto delle prove magnifiche. Sto cercando di trasferirgli il privilegio enorme che abbiamo nel vivere una giornata come quella di domani sera. Se tutto andrà come deve, l’impegno è anche quello di godere dell’emozione. Ma se l’emozione ti sovrasta, rischia di compromettere la performance. Lo sto rassicurando il più possibile. Il salto dai teatri a questo palco è enorme, ma era impossibile pensare di non averlo con me. È in grande forma.

Si parla tanto del gigantismo della musica live. Come vive questa corsa ai numeri?
Ho letto anch’io di queste cose. Non sono informatissimo sulla nuova musica italiana, ma è evidente che c’è una competizione assurda. Sembra che se non passi dal provino allo stadio in due giorni, ci sia qualcosa che non va. Invece un tempo di maturazione ci deve essere. Se certe scorciatoie esistono davvero, non fanno bene né alla musica né agli artisti.

Ha detto che Campovolo è un luogo magico. Quali sono le magie che porta nel cuore?
Campovolo ci è sfuggito di mano fin dall’inizio. Nessuno poteva immaginare così tanta gente vent’anni fa. Ricordo bene Urlando contro il cielo in chiusura del primo concerto, nonostante i problemi tecnici. Ogni edizione ha avuto qualcosa di unico. C’era una sensazione crescente che la festa non bastasse con il solo concerto, ed è da lì che è nata l’idea della due giorni. Dal fan club sono nate amicizie, famiglie. Nel 2011, con la luna piena, dissi: “Se fate un figlio stanotte, verrà benissimo”. E qualcuno mi ha portato le prove. Quella è magia.

Domani sul palco anche un pensiero per Gaza?
Ogni parola rischia di essere superflua davanti a tanto orrore. Ma non possiamo smettere di ricordare che serve una fine a questo massacro. Domani proporremo un discorso di Benigni, commosso e indignato, che parla dei bambini. Ricorderemo anche che nel mondo ci sono 56 conflitti attivi. Alla fine dirò che 26 anni fa pensavamo già le stesse cose. Non è solo il ventennale di Campovolo o il trentennale di Certe notti.

Lo show è imponente, il livello si è alzato molto. Si è ispirato a qualcosa in particolare?
Abbiamo lavorato tanto. Quando parlo di lavorare, parlo di confronto con una squadra di cui ho fiducia assoluta, e con nuove consulenze come Max Brigante e Jacopo Pesce. L’idea di Las Vegas, per esempio, viene da lui. Tutto è frutto di un confronto continuo e di una grande capacità realizzativa, aiutata anche dalla tecnologia.

Quanto c’è di Reggio Emilia, delle sue radici, nel suo lavoro?
Ho 65 anni e li ho vissuti tutti qui. Un motivo ci sarà. Sono legatissimo alle mie radici, cosa che vedo anche in mio figlio. Credo che, inevitabilmente, tutto questo finisca nel mio lavoro. Il contesto attorno a te è fondamentale nel formare la tua visione del mondo.

Domani canterà anche Hai un momento, Dio. È cambiato il suo rapporto con lui?
Scriverei le stesse cose. Avevo voglia di umanizzare quella figura. Uno dei motivi per cui mi sono allontanato dalla religione cattolica è l’idea di una distanza incolmabile, di dover avere sempre soggezione. Tutto quel linguaggio rituale legato al dolore mi ha spinto a cercare leggerezza. Così ho immaginato una chiacchierata con lui. Due anni fa ho pubblicato Chissà se Dio si sente solo. È un’immagine che nessuno penserebbe per Dio, eppure forse sì. Anche lui si sente solo, come noi.