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Femminicidio, Pancaldi non parla di fronte al giudice
L'avvocato Annalisa Miglioli

Il 44enne accusato di avere ucciso l’ex compagna Daniela Coman resterà in carcere dato che non ha un domicilio

REGGIO EMILIA – Il 44enne Peter Pancaldi, l’uomo accusato dell’omicidio della ex compagna Daniela Coman, ha scelto di non rispondere alle domande del giudice durante l’interrogatorio di garanzia, che si è tenuto, esercitando la facoltà prevista dal codice di procedura penale.

“Siamo in una fase ancora preliminare – ha detto il suo legale Annalisa Miglioli al termine dell’udienza – e, sebbene già oggi sarebbe possibile formulare alcune considerazioni, preferisco, per ragioni difensive e di opportunità, riservarle al prosieguo della vicenda”. La difesa non nega i fatti, ma lascia intendere che la strategia legale si concentrerà sulla contestazione delle aggravanti, in particolare quelle legate alla presunta premeditazione.

Ha aggiunto la Meglioli: “Non è esattamente corretto dire che contestiamo solo la premeditazione, ma è vero che, allo stato, le riflessioni possibili riguardano soprattutto le aggravanti formulate dalla Procura”.

Sul fronte della misura cautelare, il legale ha spiegato di non essersi potuto opporre alla custodia in carcere: “Purtroppo il mio assistito non dispone attualmente di un alloggio alternativo, e questo ci impedisce di chiedere misure meno afflittive come i domiciliari”. Tuttavia, ha escluso il rischio di fuga: “Non ritengo ci sia pericolo in tal senso”.

Infine, il difensore ha riferito delle condizioni del suo assistito: “Oggi Pancaldi mi è parso più tranquillo. Ha già avviato all’interno del carcere un percorso con il Sert, riprendendo sostanzialmente quello che stava seguendo all’esterno. È tossicodipendente da molti anni e sta cercando di affrontare questo aspetto”.

Pur convalidando il fermo il giudice Matteo Gambarati non ha però ritenuto sussistenti le aggravanti contestate dalla Procura reggiana della premeditazione e dell’aver commesso delitto su vittima di atti persecutori. La prima aggravante della premeditazione, per l’ufficio del procuratore capo Gaetano Paci, si fondava sul fatto che, stando alla ricostruzione investigativa degli uomini dell’Arma, il presunto autore del femminicidio avrebbe attirato in casa la vittima con l’inganno, dicendole di volerle restituire alcuni oggetti a cui era molto affezionata. Le botte e le violenze a cui Coman era sottoposta sono invece state raccontate agli inquirenti dalla sorella. Ma nessuna denuncia formale è mai stata presentata.