Mafie, Grande Aracri: “Truffa a Stato? Noi non c’entriamo”

Il boss testimonia al processo Grimilde e accusa Romolo Villirillo

REGGIO EMILIA – La maxi truffa ai danni dello Stato ci fu, ma non ordita dalla ‘ndrangheta. Lo sostiene il capo della cosca di Cutro trapiantata in Emilia Nicolino Grande Aracri, in relazione al cosiddetto “Affare Oppido”. Su questo il boss è stato sentito oggi dalla difesa di Gaetano e Domenico Oppido, imprenditori calabresi residenti nel reggiano, nell’ambito del rito ordinario del processo Grimilde celebrato a Reggio Emilia.

I fatti risalgono al 2010 quandi il ministero delle Infrastrutture staccò un assegno da 2,2 milioni a titolo di risarcimento per l’esproprio di un terreno – in realtà inesistente – di proprietà dell’azienda degli Oppido. Lo imponeva una falsa sentenza attribuita ad un giudice del Tribunale di Napoli, peraltro viziata da una macroscopica incongruenza che riportava come data di emissione dell’atto il luglio del 2007, mentre questo risultava depositato nella cancelleria del tribunale partenopeo circa un anno prima.

Il documento superò comunque tutte le verifiche al ministero grazie alla compiacenza del suo funzionario Renato De Simone (un napoletano detto “l’avvocato”, condannato nell’abbreviato di Grimilde) e del nipote Giuseppe Fontana, reggiano impiegato della banca di Cesena, filiale di Reggio Emilia. Nicolino Grande Aracri, videocollegato dal carcere di Tolmezzo dove è detenuto, spiega però: “Quando è successa questa truffa io mi trovavo in carcere già da molto tempo e quando sono uscito, nel 2011, era già compiuta”.

Continua Grande Aracri: “Ero venuto a conoscenza che qualcuno stava chiedendo dei soldi spendendo il mio nome e poi ho scoperto che si trattatava di Romolo Villirillo, un grande truffatore, che ha rubato un sacco di soldi sia in Emilia-Romagna che in Calabria”. Villirillo, sostiene ancora il boss, “penso si sia offerto per recuperare questi soldi di cui il 30% sarebbe andato agli Oppido e il 70% a questo avvocato, che poi non è nemmeno un avvocato vero”.

Secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, però, le cose andarono diversamente. Gli Oppido, a cui spettava il 50% del profitto illecito, decisero infatti di tenerselo tutto per ripianare i propri debiti negando ai Grande Aracri la loro percentuale. Il boss Nicolino incaricò quindi del recupero il genero Giovanni Abramo e un suo uomo di fiducia, appunto Romolo Villirillo. Quest’ultimo riuscì a ottenere parte del denaro ma “tradì” a sua volta, decidendo di intascarselo senza riconsegnarlo a chi di dovere.

Per questo entrò in rotta di collisione con la cosca, subendo una serie di attentati incendiari ai mezzi delle sue aziende e guadagnandosi una sentenza di morte. Grande Aracri però respinge le accuse e dice: “Io l’unica volta che ho detto a Villirillo di restituire dei soldi è stato per 150.000 euro che aveva truffato al professor Alfonso Sestito (cardiologo e affiliato alle cosche condannato in Calabria) dicendogli che se non l’avesse fatto gli avrei tagliato la testa”.

Il “presunto” avvocato De Simone, comparso oggi in aula, si è avvalso- dopo un viaggio dalla Campania- della facoltà di non rispondere. Il nipote, Giuseppe Fontana, ha negato sul banco dei testimoni ogni addebito. Il rito ordinario del processo Grimilde, con l’ascolto dei testimoni della difesa, è alle battute finali. La sentenza è prevista entro fine novembre (fonte Dire).