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La Carovana della pace è tornata a casa: ma gli ucraini non vogliono arrendersi

Reggio Sera, in viaggio con loro, ha documentato gli aiuti e il messaggio di non violenza, ma è stato testimone anche di un popolo che non vuole cedere di fronte all'invasore

REGGIO EMILIA – La Carovana della pace di #stopthewarnow è tornata a casa. Dopo aver percorso quasi 4mila e 500 chilometri, andata e ritorno, dall’Italia a Odessa, i volontari sono rientrati in Italia, sani e salvi (a parte qualche piccolo inconveniente di poco conto). Una quarantina di persone, su sette pullmini, che era partita da Gorizia, sabato scorso, facendo poi rientro in Italia giovedì sera.

La Carovana, in rappresentanza di un movimento che rappresenta il mondo cattolico (Focsiv, Pax Christi, Beati costruttori di pace, Nuovi Orizzonti, Focolari e molte altre), ma anche realtà del panorama del volontariato e dell’associazionismo laico, dall’Arci alla Cgil, da Mediterranea a “Un ponte per”, ha viaggiato su furgoni stipati di aiuti umanitari che sono stati scaricati dai volontari a Odessa e a Mykolaiv. Insieme a loro è arrivato in Ucraina anche un bilico con dodici bancali di cibo e medicine pagato dalla Cgil.

Con loro c’era anche Reggio Sera che ha documentato tutte le fasi del viaggio e della consegna degli aiuti. Le istantanee che abbiamo scattato in questi giorni e che porteremo sempre dentro di noi sono tante. Innanzitutto i volti e le storie di questi volontari, laici e cattolici, che hanno deciso di mettere a rischio la propria vita per aiutare delle persone in difficoltà e per lanciare un messaggio di pace. Messaggio di pace, si badi bene, senza secondi fini politici, ma autentico nell’adesione alla non violenza laica e al messagio evangelico.

Poi, però, abbiamo ascoltato anche gli ucraini e il loro desiderio di respingere l’invasore e liberare il proprio paese. Una volontà che, oggettivamente, si scontra con il messaggio di pace portato dalla Carovana. Lo abbiamo visto nella conferenza stampa di lunedì scorso in cui i vertici del clero ucraino si sono sostanzialmente schierati con la difesa della loro patria e a favore della volontà di ricacciare indietro con le armi i russi, di fronte a un pubblico italiano attonito da tanto vigore.

Ma lo abbiamo scorto anche nelle tante testimonianze degli ucraini che abbiamo incontrato disposti a combattere, fino all’ultimo uomo, per liberare la loro terra. Per farvi capire di che pasta è fatto questo popolo considerate che a Mykolaiv, 130 chilometri a est di Odessa, a 10-15 chilometri dalla linea del fronte, ci sono cittadini che, la mattina, si mettono a tracolla il loro Ak-47 e vanno in bicicletta sulla linea del fronte. Indossano la mimetica e vanno a combattere. Poi tornano a casa, si fanno una doccia e magari, la sera, vanno a mangiare al ristorante. La mattina dopo sono ancora lì. Ecco, risulta difficile pensare che gente come questa possa arrendersi e accettare accordi pace e trattative diplomatiche che comportino una grossa perdita di territori.

Paolo Pergolizzi