Camici Covid realizzati sfruttando operai stranieri: perquisizioni a Reggio

Le indagini sono partite dalla denuncia di un sindacato sullo sfruttamento di un lavoratore senegalese in un’azienda tessile cinese di Prato portando poi alla scoperta di un sistema di subappalti nella produzione dei Dpi, in violazione della normativa per le gare pubbliche

REGGIO EMILIA – Violazione del divieto di subappalto in contratti con la pubblica amministrazione, frode nelle forniture pubbliche, truffa aggravata ai danni dello Stato, sfruttamento del lavoro e impiego di manodopera clandestina, indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, sottrazione di cose sottoposte a sequestro disposto nel corso di un procedimento penale o dall’autorità amministrativa, violazione di sigilli, falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico e falsa attestazione a un pubblico ufficiale su identità o qualità personali proprie o altrui.

Sono questi i reati contestati dalla Procura di Prato a 27 indagati nell’ambito di una maxi operazione condotta dalla polizia che ha portato all’esecuzione di 10 ordinanze di custodia cautelare – 4 in carcere, 6 ai domiciliari – di altre 6 misure cautelari e alla notifica di ulteriori 11 informazioni di garanzia. Nelle province di Reggio-Emilia, Lecco, Pisa, Campobasso, Vicenza, Bologna, Arezzo, Torino, Brescia, Lecce, Pavia, Modena e Isernia, sono stati notificate informazioni di garanzia nei confronti di altrettanti indagati, non destinatari di misura cautelare ma di perquisizione personale e domiciliare, estesa anche ai luoghi di lavoro (aziende tessili), e/o sequestro preventivo di beni. Infine è emersa anche una ipotesi di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, relativa agli emolumenti della cassa integrazione guadagni elargiti per alcuni dipendenti di aziende che in realtà hanno continuato ad essere impiegati stabilmente nel periodo dell’emergenza pandemica.

L’inchiesta ha fatto luce sulla fabbricazione di camici per l’emergenza Covid, che sarebbero stati realizzati sfruttando operai stranieri. Alcune aziende cinesi avevano ricevuto in subappalto una maxi commessa vinta da un consorzio. Nelle province di Prato, Roma, Pavia, Modena e Isernia gli investigatori della polizia e il personale del “Gruppo Specializzato prevenzione e contrasto ai gravi fenomeni di sfruttamento lavorativo” di Prato della Asl Toscana Centro hanno eseguito le misure cautelari personali emesse dalla Procura pratese che ha disposto 4 custodie cautelare in carcere, 6 arresti domiciliari, 2 divieti di esercitare uffici direttivi in persone giuridiche e/o imprese e 4 obblighi/divieti di dimora. L’inchiesta, avviata nel dicembre del 2020, svolta dalla Squadra Mobile di Prato, nonché dal Gruppo Specializzato per la prevenzione e contrasto ai fenomeni di sfruttamento del lavoro dell’Asl di Prato, è stata supportata da attività tecniche ed è nata dall’esposto presentato da una sigla sindacale che ha denunciato le condizioni di sfruttamento poste in essere dai titolari di una ditta operante nel settore tessile riconducibile a cittadini cinesi ai danni di un lavoratore senegalese.

I conseguenti approfondimenti investigativi hanno consentito di ricostruire come la azienda cinese fosse inserita in un complesso sistema di gestione illecita delle commesse di fornitura dei camici e tute impiegate dal personale sanitario per la protezione dal Covid destinati ad appalti pubblici e la cui produzione ha visto come centro nevralgico nazionale le attività manifatturiere condotte da cittadini cinesi e ubicate nella provincia di Prato, spiega la Procura in una nota, “in grado di garantire l’abbattimento dei costi di produzione derivante dallo sfruttamento del lavoro e dalla reiterata violazione delle norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro e della previdenza”.

Le indagini hanno consentito di raccogliere gravi elementi indiziari a carico di imprenditori cinesi ritenuti responsabili di aver sfruttato lavoratori in condizioni di bisogno, tra cui cittadini pakistani, bengalesi, cinesi e centrafricani, molti dei quali irregolari sul territorio nazionale, impiegati in modo continuativo, anche per 12 ore al giorno e nei giorni festivi, alla fabbricazione di milioni di dispositivi sanitari oggetto di appalti pubblici. Tute e camici che venivano realizzate per lo più in regime di sfruttamento lavorativo all’interno di aziende condotte anche in via di fatto da cittadini di nazionalità cinese nell’ambito di un subappalto illecito, non autorizzato dalla pubblica committenza.

Infatti, gli indagati, tra cui i vertici del “Consorzio Gap” – azienda romana vincitrice degli appalti pubblici con il “Commissario Straordinario per l’emergenza Covid-19″ e con la Regione Lazio – avrebbero compiuto gravi violazioni della normativa sugli appalti pubblici, spiega sempre la Procura, £sostanziatesi in prevalenza nella violazione del divieto di subappalto, nelle frodi sulle forniture di milioni di tute e camici sanitari fabbricati in prevalenza aziende ubicate nella Provincia di Prato, celate alla pubblica committenza”. Le investigazioni hanno premesso di verificare come il circondario di Prato sia di fatto divenuto un “hub ” per la realizzazione illecita dei presidi sanitari commissionati dal Commissario emergenza Covid e dalla regione Lazio.

Il Consorzio Gap – che di fatto non aveva la struttura e le capacità per soddisfare le richieste della Pubblica Amministrazione committente – “si è avvalso indebitamente in subappalto di aziende site in questa provincia, che hanno operato in violazione delle normative in materia di lavoro, igiene e sicurezza, nonché in altre province italiane, per la realizzazione dei Dpi in questione, aziende che a loro volta tra l’altro hanno subappaltato la produzione ad ulteriori ditte terziste”. Il guadagno realizzato grazie all’abbattimento illegale del costo del lavoro sarebbe servito a massimizzare i profitti dei vertici del consorzio romano ed anche delle imprese “consorziate”, che hanno potuto lucrare su margini sempre maggiori rispetto a quanto corrisposto dalla Pubblica Amministrazione committente per la produzione “legale” dei presidi sanitari.

In estrema sintesi, è stato accertato “un quadro allarmante”, ha detto il procuratore Giuseppe Nicolosi, “in cui è stato scaricato il costo della prevenzione nel pieno dell’emergenza pandemica sullo sfruttamento di lavoratori, spesso, stranieri, privi di qualsiasi tutela legale nell ‘ambito del rapporto di lavoro”. I principali contratti su cui si è soffermata l’indagine sono la fornitura di circa 2 milioni di camici protettivi monouso ad un prezzo unitario di 6.10 in favore della Asl Roma 2, aggiudicata il 28.9.2020, nonché una commessa prevista dal Commissario Straordinario per l’emergenza Covid-19, con la quale è stata affidata al Consorzio Gap il 12.11.2020, la fornitura di 5.500.000 di tute protettive monouso sterilizzate al prezzo unitario di 8.10 e, per un totale di euro 44.500.000,00 nonché 5.500.000 di tute protettive monouso non sterilizzate al prezzo unitario di 7.10 euro per un totale 39.050.000,00 euro. Sempre nel medesimo contesto investigativo, è stata data esecuzione ad un sequestro preventivo di denaro, beni mobili, mobili registrati ed immobili, nonché quote societarie, per un valore di oltre 43 milioni di euro, nei confronti dei 6 indagati riconducibili alla gestione di fatto o di diritto del consorzio romano.

Soddisfazione è stata espressa per l’operazione dal questore di Prato Giuseppe Cannizzaro: “L’indagine svolta dalla Squadra Mobile della Questura di Prato conferma come la provincia sia centro nevralgico, a livello nazionale, della produzione tessile e manifatturiera, sia legale che “illecita”. La sistemica violazione dei diritti dei lavoratori, delle norme in materia di sicurezza e previdenza comporta un abbattimento dei costi di produzione che attira sistemi criminali di portata nazionale. Inoltre, l’inchiesta conferma come la criminalità straniera di origine cinese, soprattutto da profitto, abbia superato la tradizionale “endogamia”, e avvii proficue collaborazioni con il crimine”.

Il prefetto Francesco Messina, direttore centrale Anticrimine, ha dichiarato: “Riacquisire al patrimonio dello Stato beni e capitali illecitamente accumulati attraverso la consumazione di reati lucrogenetici completa efficacemente l’azione di contrasto alla criminalità, affrancando l’economia legale dal rischio di un disequilibrio della libera concorrenza”. Questo il commento del prefetto Messina all’operazione della Polizia di Stato di Prato che non solo ha consentito l’arresto di 16 soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, di violazione del divieto di subappalto in contratti con la Pubblica Amministrazione, frodi nelle forniture pubbliche, truffa aggravata ai danni dello Stato, sfruttamento del lavoro e impiego di manodopera clandestina ed altri reati connessi, ma che ha altresì portato al sequestro di 43 milioni di euro in beni e capitali frutto di attività illecite”.