Mafie, Antonio Valerio ai Grande Aracri: “Collaborate, conviene”

Nel processo "Grimilde" il pentito conferma gli affari della cosca a Brescello

REGGIO EMILIA – “Se i Grande Aracri volessero collaborare sarebbe una buona cosa. Collaborare con la giustizia conviene sempre”. Lo ha detto il “pentito” di ‘ndrangheta Antonio Valerio, testimoniando oggi in tribunale a Reggio Emilia nell’udienza del processo “Grimilde” (primo grado e rito ordinario) incentrato sulle attività illecite degli esponenti della famiglia di Cutro residenti da anni nel comune di Brescello.

Valerio, 55 anni, ha cementato con le sue dichiarazioni l’impianto accusatorio del maxi processo Aemilia, iniziando ad aiutare gli inquirenti a giugno del 2017. Lasciandosi così alle spalle una carriera criminale iniziata da giovanissimo (a 15 anni dopo l’omicidio del padre negli anni ’70) e costruita con svariate attività- dal traffico di droga, alle false fatturazioni, alle truffe con il gasolio, fino alla partecipazione in omicidi- svolte tra la Calabria e l’Emilia.

Gli affari illegali che Francesco, fratello del boss Nicolino Grande Aracri, e i suoi figli Salvatore (condannato nell’abbreviato di Grimilde in primo e secondo grado) e Paolo portavano avanti sulle sponde del Po, così come il loro agire “nell’ombra” per non attirare l’attenzione delle forze dell’ordine, sono tutti confermati da Valerio. Che colloca il suo primo incontro con due dei fratelli Grande Aracri – l’odierno imputato Francesco e Rosario nel 1998- in un bar della piazza centrale del paese di Peppone e Don Camillo.

Il collaboratore precisa che “in quel periodo i due fratelli erano allo stesso livello, ma per questioni di affari bisognava rivolgersi a Rosario”. Poi i ruoli si invertirono e al timone passò Francesco, fino alla condanna per associazione mafiosa riportata nel 2003 nell’ambito dell’inchiesta Edilpiovra. A quel punto, prosegue Valerio, “il brand ‘GA’ era importante a livello ‘ndranghetistico, ma era anche esposto. E Francesco decise di fare un passo indietro interponendo il figlio Salvatore”. Questi, soprannominato “il calamaro” per l’indole tentacolare negli affari, ricevette “l’investitura” in un giorno e in un modo entrambi particolari.

Durante la festa per il suo matrimonio, avvenuto nel 2006, fu infatti recapitata e letta davanti a tutti una lettera di Nicolino Grande Aracri, che Valerio definisce “la bolla papale”, in cui il boss detenuto ordinava a tutti gli affiliati di mettersi al servizio del nipote. Francesco Grande Aracri ha infine sostenuto di aver visto Valerio una sola volta, ad una fiera a Bologna. Il collaboratore conferma l’incontro in tale occasione, rimarcando però che non fu affatto l’unico. (Fonte DIRE)