La Carovana della pace è arrivata sul confine ucraino

Domani varcherà il confine e percorrerà i 340 chilometri che la separano dalla città sul mar Nero che si prepara all'assedio russo

GALATI (confine rumeno-ucraino) – La Carovana della pace di #stopthewarnow è arrivata a Galati, sul confine fra Romania e Ucraina. Domani varcherà il confine e percorrerà i 340 chilometri che la separano da Odessa la città che si prepara all’assedio russo. L’esercito invasore ha conquistato Kherson ed è a 200 chilometri dalla perla del Mar Nero, fondata da un napoletano, che è considerata dai russi una pedina fondamentale per controllare tutta la costa. Il gruppo di viaggio è composto da una quarantina di persone, di un movimento che rappresenta il mondo cattolico (Focsiv, Pax Christi, Beati costruttori di pace, Nuovi Orizzonti, Focolari e molte altre), ma anche realtà del panorama del volontariato e dell’associazionismo laico, dall’Arci alla Cgil, da Mediterranea a “Un ponte per”.

A precederli un bilico con dodici bancali di cibo e medicine che è arrivato in città qualche giorno prima. Nel pullmino su cui abbiamo viaggiato c’è un microcosmo interessante del variegato mondo pacifista italiano.

Matteo Pisani, che ha già partecipato alla prima carovana di aprile a Kiev, racconta perché è partito. Dice: “Sentivo il bisogno di essere parte attiva e di dire “no” in prima persona a questa guerra. Volevo impegnarmi e fare qualcosa di concreto. Essere qui è segno di una vicinanza agli uomini e alle donne che sono lì, anche se siamo consapevoli che la nostra carovana non cambierà in alcun modo la situazione. Non ho l’ingenuità di pensarlo. Dobbiamo umanizzare il conflitto e tornare alle persone”. Matteo non crede che inviare armi agli ucraini sia stata una buona idea. Aggiunge: “Il più grande detentore di armi del mondo è la Nato e non riesce a risolvere questo conflitto. Questa cosa si commenta da sola”.

E se si obietta che, senza le armi inviate agli ucraini, Putin si sarebbe già preso tutta l’Ucraina, aggiunge: “Stiamo chiamando un medico dopo che, per anni, il paziente ha fumato e ha bevuto l’impossibile. Il risultato è che il paziente è in fase terminale per una serie di azioni che si sono susseguite negli anni”.

Stefano Ceroni, di fianco a lui, commenta: “Vedevamo da tempo degli attacchi hacker della Russia all’Ucraina, tipici di un paese che vuole fare la guerra, ma, all’epoca, non avevo elaborato la cosa. Faccio parte della Croce rossa e mi sarebbe piaciuto andare in missione con loro, ma non ci sono riuscito. Ho voluto portare gli aiuti che posso”. Per quel che riguarda l’invio di armi aggiunge: “La situazione geopolitica è molto complessa ed è difficile dare una risposta di questo tipo. Sono contrario alla guerra e alle espresioni violente. Dico no alla guerra sapendo che non sono io che devo prendere la decisione. Diciamo che posso permettermelo”.

Rocco Lightfoot, da Verona, anche lui è alla seconda carovana. Dice: “Ho partecipato alla prima con Matteo e mi sentivo in obbligo di esserci anche alla seconda. Se ci sarà una terza, farò anche quella. Credo che sia un gesto simbolico molto forte. Secondo me, però, è giusto inviare le armi per aiutarli. Va bene la pace, ma se uno ti aggredisce ti devi difendere”.

Don Domenico Chiarantoni conclude: “Vado là, perché sento forte il desiderio di volermi conservare umano. Sapere che ci sono persone che soffrono, che non devono essere considerate come numeri, mi fa stare male. Volevo condividere questo viaggio con persone che pensano che le armi non hanno mai risolto i problemi. I sognatori hanno cambiato il mondo, a partire da Gesù”.

In viaggio con la carovana c’è anche una vecchia conoscenza del pacifismo italiano: don Tonio Dell’Olio, presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi, che 30 anni fa partecipò alla marcia di Sarajevo, altra città assediata durante la guerra in Bosnia. Ci racconta: “La scelta di Odessa è stata a lungo meditata, perché Kiev, oramai, è diventata una meta fissa e raggiungbile da parte di tutti. I viaggi verso Odessa hanno un significato diverso. Si tratta di un crocevia importante per le mire geostrategiche della Russia, per la distribuzione di aiuti e perfino per i cattivi affari, perché è uno snodo importante della criminalità organizzata”.

Sull’invio di armi agli ucraini la sua risposta è netta: “Indebolisce le iniziative diplomatiche, perché chi lo fa non è credibile quando poi cerca di trattare. Le armi servono solo per uccidere anche quando sono utili a difendere vite umane. Poi, non essendo un esperto di strategia, non ho una soluzione alternativa se non quella non violenta”. Quando gli si chiede un raffronto fra il viaggio odierno e la marcia della pace a Sarajevo aggiunge: “Quella rappresentò la prova generale di questa azione odierna. Io ho speranza, perché nell’opinione pubblica c’è una forte attenzione rispetto a un’alternativa alla soluzione violenta dei conflitti. I parallelismi sarebbero tanti, perché anche Sarajevo si parlava di aggressione, anche se, forse, allora le linee di demarcazione non erano così nette”.

(2 – continua)