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Mafie, Grimilde: per bar estorto e spolpato introiti da sale slot

In un locale di Parma l'ex titolare era stato sfruttato e minacciato

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REGGIO EMILIA – Il bar ottenuto costringendo l’ex titolare a cederlo con botte e minacce e poi intestato ad un prestanome veniva “alimentato” per farlo apparire produttivo con uno stratagemma collegato alle sale da gioco. E’ un’altra delle vicende emerse dal processo “Grimilde” contro la ‘ndrangheta – celebrato in rito ordinario a Reggio Emilia – che vede tra i principali imputati Francesco e Paolo Grande Aracri, fratello e nipote del boss di Cutro Nicolino.

Scopo dell’operazione, secondo l’accusa condotta dal pubblico ministero Beatrice Ronchi, “eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali” e commettere i reati di riciclaggio e impiego di beni di provenienza illecita. I fatti, esposti nell’udienza di stamattina dall’ispettore di Polizia Massimiliano Perini che in forza alla Questura di Bologna svolse le indagini, risalgono al periodo a cavallo tra il 2017 e il 2018. Il 32enne Paolo Grande Aracri (imputato per mafia) e il suo coetaneo Manuel Conte, 32enne di Brescello, sono accusati di essersi impossessati di un bar in viale Piacenza a Parma sborsando, ricorrendo alla violenza e grazie ad una consulente del lavoro compiacente, appena 10.000 euro.

L’ex gestore e una dipendente, tenuti a lavorare, venivano sfruttati e minacciati. Tutti gli incassi venivano requisiti e i pagamenti dei fornitori regolarmente disattesi. Per non destare troppi sospetti sul repentino tracollo dell’attività e far figurare un minimo di introiti gli imputati avrebbero poi agito così. Attraverso una carta di credito legata al bar si sarebbero acquistate delle giocate in alcune sale slot che poi, non effettuate e monetizzate in contanti, sarebbero state riversate sul conto del locale. Si è trattato, in un caso, di poco più di 2000 euro.

Nella ricostruzione dell’ispettore Perini si racconta anche del tentativo degli imputati di ottenere un finanziamento in banca per la presunta ristrutturazione del bar, pur essendo formalmente privi di reddito e garanzie. Infine, in occasione della convocazione della dipendente da parte dell’Ispettorato del lavoro di Parma, questa fu prontamente “indottrinata” su cosa doveva dire da quelli che, di fatto, erano i titolari occulti dell’attività.

Per gli esponenti del sodalizio con base a Brescello, del resto, prendere quanto volevano e non pagare, era una consuetudine. Successe anche con dei piastrellisti di nazionalità moldava che, dopo aver eseguito dei lavori a casa di un esponente della consorteria, entrarono in contrasto con Paolo Grande Aracri che si rifiutava di dar loro quanto gli spettava.

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