Lavoro, la Cgil: “Infortuni a catena, contromisure zero”

Mirco Pellati, responsabile sicurezza del sindacato: "Le associazioni di categoria scoraggino gli stage illegali di giovani"

REGGIO EMILIA – Da un parte il clamore per la catena di infortuni (in queste ultime settimane: due all’Acciaieria di Rubiera, uno al cantiere Iren di Gavassa, un altro all’ex Mangimificio Cafarri in centro a Reggio Emilia e infine in una azienda metalmeccanica di Castellarano), dall’altro il silenzio sulle “proposte della Cgil di penalizzare le aziende che non rispettano le norme e premiare quelle invece che investono ed applicano tali norme non hanno infatti mai avuto risposta”.

Così come i fondi stanziati per assumere più di mille Ispettori del lavoro dopo la morte della giovane Luana in un’azienda tessile di Prato, hanno fatto clamore salvo poi non trovare “sbocco così come le politiche di prevenzione e di intervento degli enti preposti”.

E’ la Cgil di Reggio Emilia ad alzare la voce sulla carente sicurezza del lavoro denunciando come ai “numeri spaventosi” degli infortuni non seguano misure concrete per ridurli. “Perché non aumentano gli organici, gli investimenti da parte delle regioni ai Servizi di prevenzione (e sulla Sanità che si occupa di prevenzione?”, chiede Mirco Pellati, responsabile salute e sicurezza Cgil. E al tempo stesso il sindacato punta il dito anche contro un altro fenomeno che aggrava la situazione: ovvero, “l’inserimento a lavoro di studenti presi per stage formativi che vengono invece impiegati come lavoratori subordinati, pagati pochi centinaia di euro senza diritti e tutele. Dove sono le associazioni di Categoria che dovrebbero spiegare ai propri associati che tutto questo è illegale?”, domanda ancora Pellati.

Durante gli stage i ragazzi “dovrebbero sempre essere affiancati da un tutor e che non dovrebbero mai essere messi in condizioni di rischio”, aggiunge Pellati. “Bisogna esser coscienti del fatto che quasi la totalità degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali discende da carenze organizzative aziendali (che riguardano il documento di valutazione dei rischi, le macchine, gli impianti, i prodotti chimici, la formazione e il coinvolgimento dei lavoratori nei sistemi di vigilanza interna, i dispositivi di protezione Individuale, eccetera) e da chi dipende l’organizzazione del lavoro in una azienda?”.

In definitiva, “crediamo – conclude il responsabile Salute e Sicurezza Cgil- si debba mettere in campo un cambiamento delle politiche della prevenzione con le risorse necessarie per compiere le proprie attività, diversamente nel nostro Paese continueremo a contare i morti, gli invalidi, gli infortuni e le malattie professionali come un dato statistico, sperando che il prossimo anno vada meglio”.