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Fasoli (Emilia Wine): “La nostra Spergola è dieci volte migliore del Prosecco”

Il direttore commerciale e marketing della realtà cooperativa: "Credo in questo territorio. E' esplosivo se sapremo valorizzarlo"

REGGIO EMILIA – “Io credo nell’Emilia e nella provincia di Reggio Emilia. Ieri ero in centro a salutare amici e clienti e ho visto un posto dove sta germogliando qualcosa di importante. Dobbiamo aiutarlo a crescere, credendo in questo territorio. E’ esplosivo se sapremo valorizzarlo”.

Parola di Marco Fasoli, direttore commerciale e marketing di Emilia Wine, una realtà cooperativa nata nel 2014 composta da quattro cantine: Casali Viticultori, Cantina di Arceto, Cantina di Correggio e Cantina di Prato di Correggio che hanno alle spalle una lunga e solida storia vinicola. Emilia Wine produce circa 2 milioni di bottiglie l’anno e valorizza il lavoro di 730 soci che lavorano circa 2.000 ettari di vigneti tra il fiume Po e l’Appennino reggiano.

Lei viene dal Veneto, terra di grandi vini. Come si trova qui in Emilia?
L’Emilia viene considerata la parte geografica meno nobile del mondo del vino. Ritengo, però, che ci siano le potenzialità per organizzare un comparto con una qualità molto alta. C’è un grande potenziale. Dovremmo essere più orgogliosi di quello che abbiamo e che non riusciamo ad esprimere appieno.

Ci parli della realtà di Emilia Wine
E’ un microcosmo composto da 1.800 ettari di vigneto e 700 soci, con un’esposizione da nord a sud veramente straordinaria in termini di diversificazione. Ho lavorato in Trentino, Toscana, Piemonte e posso dire che Emilia Wine ha un potenziale incredibile sotto questo aspetto della diversificazione delle varietà che abbiamo. Voglio anche sottolinerare l’importanza della ricerca, perché ricordiamoci che a Reggio è nato il primo metodo classico dell’Emilia-Romagna che è il Cà Besina di Casali.

Quali sono i vostri i principali mercati di riferimento?
Il nostro è un progetto in cui si parte per essere forti in casa, per poi essere importanti fuori. Il Lambrusco è molto apprezzato anche in Francia e là ce lo invidiano insieme al Parmigiano Reggiano. Quando assaggiano la versione secca del nostro vino lo apprezzano. Serve un grande sforzo, con le istituzioni e il Consorzio per valorizzare il nostro vino.

Su quali nuovi vini state lavorando adesso?
Noi oggi stiamo lavorando sul posizionamento e non tanto su nuovi vini, perché la gamma è completa. Oggi si deve parlare di riposizionamento del Lambrusco che deve essere un vino nobilitato per la sua identità. Lambrusco e Spergola, perché, anche nei mercati esteri, stanno cercando i vini autoctoni. Dobbiamo marcare il terreno della nostra identità.

Lei ha detto che vorrebbe la Spergola nello Spritz. Detto da un veneto è un complimento. Crede che ci si possa arrivare?
Lo Spritz è un aperitivo di moda e non nobilita il vino. Noi facciamo una Spergola che è dieci volte migliore del prosecco secondo me. Ha una base minerale che è unica. Quando assaggiamo una Spergola è uno dei rari casi in cui, anche all’olfatto, esce la mineralità del vino. Ben venga che venga usata nello Spritz, perché lo migliorerebbe. La Spergola da sola, però, è ancora meglio.

Secondo lei l’enoturismo può attecchire e svilupparsi anche da noi?
Siamo debolissimi in questo settore. La prima cosa che ho fatto, quando sono arrivato, è stata quella di rivedere immediatamente la parte dell’accoglienza, perché è la prima leva che partirà dopo la pandemia. Crea la comunicazione più potente al mondo che è il passaparola. Postiamo foto di ogni parte del mondo sui social e questa è un’opportunità. Bisogna credere nella formazione per fare accoglienza, perché dobbiamo essere preparati. Invece, su questo punto, siamo molto carenti. Abbiamo quasi paura ad accogliere qua in Emilia.

Il Lambrusco, oramai, si sta affermando come un vino di qualità ed è uno dei più esportati al mondo. Quale futuro vede per questo vino?
Il Lambrusco è il vino più esportato al mondo. Poi il punto è se vuoi venderlo o svenderlo. Deve avere un corretto posizionamento. Noi dobbiamo fare conoscere il vero Lambrusco e non certi prodotti marcati tali che non rappresentano il territorio. E’ una qualità che deve essere comunicata. Se non è così il futuro non sarà roseo. Se invece facciamo un buon Lambrusco, diventa un vino estremamente moderno: oggi è uno dei più moderni che ci sono. Dobbiamo rimboccarci le maniche e guardare quello che fanno i grandi territori italiani. Sapere leggere il mercato. Auspico una grande interazione fra i Consorzi e le istituzioni per sviluppare la notorietà di questo vino.