Caruso: “Mafia non più stragista, ma infiltra l’economia”

Il giudice del processo Aemilia: "La memoria di Falcone e del pool antimafia non va dispersa"

REGGIO EMILIA – Non è più quella stragista di 30 anni fa ma la mafia “è ancora presente e capace di infiltrarsi nella nostra economia”. E il suo “obiettivo ultimo è trasformare le enormi disponibilità finanziarie di cui dispone in ricchezza legale”. Lo afferma Francesco Maria Caruso che, da presidente del tribunale di Reggio Emilia, ha presieduto la Corte del processo di primo grado del maxi procedimento Aemilia contro le cosche di ‘ndrangheta al nord, terminato nell’ottobre del 2018 con una sentenza che ha comminato agli imputati 1.200 anni di carcere. Il giudice (ora in pensione) è tornato questa mattina a Reggio Emilia dove in sala del Tricolore, in municipio, ha partecipato alle celebrazioni del trentennale della strage di Capaci.

L’evento è stato organizzato dall’associazione antimafia “Cortocircuito”, fondata dal giurista Elia Minari, autore fin dal 2009 delle inchieste giornalistiche che portarono qualche anno dopo allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Brescello. Quindi, prosegue Caruso “il rischio oggi è quello di trovarci nell’economia capitale sporchi e per questo abbiamo bisogno di filtrare, di conoscere l’origine dei capitali e di trovarne la provenienza per ogni iniziativa economica di quelle che sono tradizionalmente dubbie e discutibili”. Insomma, ribadisce il magistrato, “non possiamo lasciare opacità su iniziative che potrebbero portare a riciclare fondi neri”.

Da qui l’appello di Caruso affinché “le misure di prevenzione, che in ambito penalistico sono finora state considerate non dico di second’ordine ma alternative alla repressione, diventino lo strumento principe della lotta alle mafie”. Non bisogna poi cadere nella “sottovalutazione dello stato delle cose e quindi in riduzione della durezza del contrasto alle organizzazioni criminali. Mi riferisco ad esempio a recenti misure sull’ergastolo ostativo che se attuate, per me, rappresenterebbero un arretramento”.

Dal presente al passato Caruso ripercorre poi l’inchiesta Aemilia che, dice, “non sarebbe stata possibile senza il sacrificio e l’impegno delle decine di Carabinieri che per 5 anni vi si sono dedicati ascoltando intercettazioni, deponendo in aula e sottraendo tempo alle loro famiglie”. Impegno alla fine sfociato nel processo svolto nell’aula bunker appositamente realizzata a Reggio Emilia, “ma che dal livello centrale ci avevano detto di celebrare a Milano o a Firenze”, ricorda ancora Caruso. A Reggio però “le isitituzioni e le associazioni della società civile sono state attente, hanno fatto molte cose e che prima del metodo mafioso vada smantellata la mentalità mafiosa, qui si sa”. Lo conferma anche il fatto che “io sono stato tutelato e dunque non mi sono mai sentito minacciato”, dice il giudice.

Sulla giornata in ricordo di Giovanni Falcone e della sua scorta, Caruso conclude: “Dopo 30 anni continuiamo a ribadire la memoria e conservare i valori che ci sono stati proposti e trasmessi da Giovanni Flacone e dagli uomini del pool. Tutti noi che li abbiamo seguiti a volte senza capirli fino in fondo e senza renderci conto dell’importanza di quello che avevano rappresentato per una seria lotta antimafia nel nostro Paese, ecco adesso lo abbiamo capito. E questa cosa non va dispersa perché la realtà non è cambiata, continuiamo ad avere fenomeni mafiosi in tutta Italia”. Pertanto “avere questo momento ogni anno serve soprattutto a spiegare alle nuove generazioni che niente è conquistato definitivamente, ma va sempre riconquistato giorno per giorno”, conclude il giudice.

Per Elia Minari “non basta commemorare Falcone e commuoversi, bisogna anche muoversi e ciascuno nel proprio quotidiano deve impegnarsi per tenere vivi i valori di questo trentennale”. Delle mafie, aggiunge il giurista, “vanno studiate le dinamiche transanzionali che illuminano anche quelle locali”. Per il sindaco di Reggio Luca Vecchi “la strage di Capaci ha rappresentato un crocevia fondamentale per la storia democratica del nostro Paese. Oggi a distanza di 30 anni c’è la consapevolezza della responsabilità della memoria, ma anche di continuare a esplorare ciò che ancora non è stato chiarito fino in fondo”. Un obiettivo che le istituzioni reggiane perseguono tuttora nel ‘post Aemilia’.