Mafia nigeriana: otto arresti a Reggio Emilia

Le accuse sono di associazione a delinquere di stampo mafioso rissa, lesioni e rapina. Indagate altre 15 persone. Le basi erano nei quartieri della Stazione, Santa Croce e alle Ex Reggiane

REGGIO EMILIA – Nel 2015, quando Reggio Emilia si scopriva invasa dalla ‘ndrangheta, un’altra mafia era già all’opera per radicarsi. Dalla Nigeria un nuovo gruppo criminale stava gettando le basi del suo impero nei quartieri della Stazione, Santa Croce e alle Ex Reggiane (sgomberate a fine 2021) consolidandone le fondamenta con fiumi di droga. Ma, questa volta, “il pericoloso radicamento della consorteria nigeriana nel tessuto locale è stato evitato”.

Ne è convinto il questore di Reggio, Giuseppe Ferrari, presentando l’operazione svolta questa notte dalla Polizia di Stato con 25 indagati di cui 10 destinatari di misure di custodia cautelare in carcere. In otto – su disposizione del Gip di Bologna Alberto Ziroldi – sono già stati arrestati, due sono per ora sfuggiti alla cattura. Le accuse sono per tutti di associazione a delinquere di stampo mafioso e, a vario titolo, di altri reati “fine” (rissa, lesioni, rapina) anche questi aggravati dal metodo mafioso.

Le indagini sono partite quattro anni fa da una grossa inchiesta della Procura reggiana contro il traffico di droga nella città del Tricolore che aveva portato all’arresto in flagranza di 24 spacciatori nigeriani e al sequestro di 110 chili di marijuana e 300 grammi di cocaina. Ad allarmare gli investigatori però era stata la concomitante scia di fatti di sangue avvenuti tra i capannoni delle Ex Reggiane all’interno della comunità nigeriana, tra cui la violenta aggressione del 2018 – con 3 arresti – in cui un uomo era stato sfregiato con un machete. La brutalità dei crimini e le modalità “rituali” con cui venivano commessi, ritenute “inusuali” per il contesto cittadino, hanno così portato ad individuare la presenza di due gruppi di “cultisti” (i “soldati” della mafia africana, ndr) rivali.

A fronteggiarsi le “supreme confraternite” degli “Eye”, la prima ad arrivare sul territorio già nel 2015 e dei “Vikings”. I membri di quest’ultima, giovanissimi, affamati di potere, meno numerosi e organizzati ma molto violenti e determinati, avevano scatenato una lotta senza quartiere agli “anziani”, incuranti di attirare l’attenzione delle Forze dell’ordine. Al punto che uno dei vertici degli “Eye”, intercettato al telefono, si lamentava del fatto che “era venuto in Europa per fare soldi, non casino”.

I successivi approfondimenti investigativi, svolti da un magistrato di Reggio aggiunto all’Antimafia di Bologna a cui è stato trasmesso il fascicolo, hanno anche portato chi indaga a rileggere in una nuova luce alcuni episodi avvenuti nel 2015 a Reggio. Tra questi una serie di rapine ai danni di cittadini nigeriani che avevano rifiutato di schierarsi o non avevano risposto nel modo convenuto ad un saluto rituale. Ma soprattutto la furibonda rissa scoppiata all’esterno della stazione ferroviaria (nove in tutto le persone arrestate) inquadrata poi nella lotta per il predominio tra gli allora capi dell’Eye e un gruppo di “scissionisti” della stessa organizzazione.

Gli esponenti dei cosiddetti “Cults”, in Italia diretta emanazione delle formazioni nate nelle università nigeriane, avevano i loro linguaggi, codici, e perfino colori distintivi. Gli “Eye” che vestono di azzurro e indossano baschi di quella tinta, parlavano al telefono dell’associazione a delinquere come della “nave”, e si chiamavano tra loro “marinai”. I “Vikings”, sfoggiavano invece il rosso.

“Ma il folklore – dice il capo della squadra Mobile di Reggio Guglielmo Battisti – c’entra solo fino a un certo punto. Erano simboli ostentati per farsi riconoscere ed esercitare il potere”. Per il Questore Ferrari è anche significativo “il fatto che numerosi soggetti sottoposti ad indagine non siano più domiciliati in territorio reggiano e si siano spostati altrove, segno che l’attività di controllo del territorio e repressione sinora esperita dalla Polizia di Stato ha dato i suoi frutti”.