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Processo Grimilde, le minacce della ‘ndrangheta all’imprenditore edile

Il clan per avere il rogito: "Te la vedrai con noi, ti rompiamo la faccia e buttiamo i denti nel cestino"

REGGIO EMILIA – Prima le diffide legali scritte dall’avvocato fratello del boss Grande Aracri. Poi le minacce dirette: “Te la vedrai con noi, ti rompiamo la faccia e buttiamo i denti nel cestino”. Così la cosca di ‘ndrangheta di Cutro con epicentro a Brescello (e capo Francesco Grande Aracri) gestiva gli affari sulle due sponde del Po tra Emilia e Lombardia.

Emerge dalla nuova udienza del processo “Grimilde” celebrato da circa un anno in tribunale a Reggio Emilia, presieduta stamattina dal giudice a latere Silvia Guareschi, in sostituzione del presidente Donatella Bove risultata positiva al covid. Tra i testimoni chiamati al banco dal pubblico ministero Beatrice Ronchi anche un imprenditore edile del Nord Italia, entrato in rapporti con la consorteria per la costruzione e vendita di una casa in provincia di Mantova per cui gli acquirenti avevano già acceso un mutuo in banca. Alcuni intoppi amministrativi sorti al momento del rogito avevano infastidito gli esponenti del clan che – la vicenda è avvenuta nel 2018 – erano quindi ricorsi a sistemi più sbrigativi.

I fatti sono stati raccontati dall’imprenditore con toni piuttosto edulcorati, che hanno spazientito il Pm. Il teste, che oggi si è presentato per errore a deporre a Bologna e ha poi ha raggiunto il palazzo di giustizia reggiano, ha negato di aver ricevuto pressioni legali minimizzando le diffide e ha parlato di “metodi non convenzionali” utilizzati nella trattativa. Solo dopo diverse domande e insistenze ha ammesso che nei suoi confronti erano state annunciate “conseguenze di tipo fisico” e “personali”.

A seguire ha testimoniato il maresciallo Cristian Gandolfi, entrato nel nucleo investigativo dei Carabinieri di Reggio Emilia da ben 12 anni, ai tempi del primo processo di ‘ndrangheta Edilpiovra. Il militare ha relazionato nello specifico sui trascorsi della società Immobiliare “Santa Maria” con sede a Brescello, di cui ha curato due misure di prevenzione patrimoniali (sequestro e confisca) nel 2013 e nel 2015.

L’immobiliare, realizzatrice di un complesso di case a Suzzara nel mantovano, è entrata nell’inchiesta per il vorticoso giro di passaggi di quote, avvenuto per chi indaga allo scopo di metterla a riparo da misure ablative dell’autorità giudiziaria e mantenerne con intestazioni fittizie il controllo in capo a Francesco Grande Aracri, fratello del boss Nicolino. Tra gli elementi investigativi a supporto di tale tesi, Gandolfi ha citato il fatto che nel 2011, quando la famiglia Grande Aracri aveva già formalmente ceduto tutte le sue quote, un cartello che pubblicizzava la vendita di alcuni alloggi riportava dei numeri telefonici riconducibili ai suoi esponenti.

Inoltre, per i tre anni successivi (fino al 2014) Francesco Grande Aracri, che non era più socio, aveva però facoltà di operare sul conto corrente bancario dell’azienda in cui venivano versati i canoni di alcuni alloggi affittati. Il maresciallo ha parlato infine della “Marmi Nord”, società creata nel 2015 da Paolo Grande Aracri, figlio di Francesco, un mese prima che la “Marmi Nusa” (altra azienda con la stessa sede e ragione sociale della prima) fosse sottoposta a sequestro preventivo.