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La Dimora d’Abramo apre l’atelier sartoriale “Punto e Croce”

Il laboratorio è stato aperto da pochi giorni nel quartiere Santa Croce

REGGIO EMILIA – Un luogo di lavoro, di inclusione, di formazione, ma anche di relazioni con la città e il quartiere: così la cooperativa sociale Dimora d’Abramo presenta l’atelier sartoriale “Punto Croce”, laboratorio aperto da pochi giorni nel quartiere Santa Croce.

“La nascita e il decollo del laboratorio – spiega Luigi Codeluppi, presidente della cooperativa di via Normandia, da oltre vent’anni attiva sul fronte dell’accoglienza di migranti e richiedenti asilo – è parte importante degli investimenti che come Dimora d’Abramo continuiamo a fare e che proprio un anno fa ci hanno consentito di aprire “Casa Berta”, in città, per famiglie italiane e straniere in temporanea difficoltà abitativa e, anche questo pochi mesi fa, di riaprire la comunità don Altana per donne con bambini”.

“Le risorse investite – prosegue Codeluppi – vano contemporaneamente a sostenere percorsi d’accoglienza che fanno fronte, spesso, a situazioni emergenziali, ma senza perdere di vista il fatto i progetti devono consentire di realizzare – laddove è manifesto il desiderio degli interessati – un’accoglienza che significhi davvero integrazione, e non solo la miglior gestione di un periodo più o meno lungo di permanenza nel territorio”.

“L’atelier “Punto Croce” – spiega il presidente della Dimora d’Abramo – va proprio in questa direzione, ed è stato pensato e progettato come luogo di inclusione lavorativa e di formazione per donne migranti, ma anche con una chiara visione riguardo alla bellezza e all’artigianalità come strumento di incontro con il quartiere, la città e tutto il territorio”.

“Non solo, dunque, un luogo in cui si effettuano riparazioni o modifiche su capi di abbigliamento – prosegue Codeluppi – ma un atelier in cui si realizzano abiti su misura, si personalizzano e si confezionano prodotti per la casa (cuscini, copriletti, tende, tappeti), si creano oggetti e accessori originali per le persone e per le imprese”.

“E’ in questo modo – spiegano Marco Aicardi ed Erika Bin, responsabili del progetto “Punto Croce” – che il creare e il produrre vanno oltre l’opportunità lavorativa, pure fondamentale, ma mettono in relazione l’atelier con la città e le persone, puntando ad una integrazione e ad un dialogo che nasce da un servizio che punta sulla relazione, sulla conoscenza, sulla scoperta reciproca”.

Collocato in via Spani 18/F, a pochi passi dalla chiesa di San Paolo, “Punto Croce” sviluppa anche una importante attività formativa per aspiranti sarti; “ad oggi – sottolineano Marco Aicardi ed Erika Bin – la formazione è ancora rivolta principalmente a donne titolari o richiedenti protezione internazionale, con una particolare attenzione alle donne vittime di tratta, ma a breve contiamo di estendere l’accesso ai corsi di formazione a tutti coloro che hanno il desiderio di apprendere le tecniche e i segreti della sartoria, utilizzando soprattutto tessuti caratterizzati da qualità ed alti livelli di sostenibilità”.

A “Punto Croce” lavorano oggi due atelieriste (una italiana, una brasiliana), associate a tre tirocini formativi (due uomini del Sud Sudan e una donna ivoriana), che si occupano, come si diceva, di riparazioni, rammendi e modifiche su capi d’abbigliamento, produzione di capi su misura, oggettistica e accessori (gioielli, borse in stoffa, astucci, custodie per pc, fasce per capelli, ecc.), manufatti per la casa e oggetti personalizzati per le imprese (shopper, divise da lavoro, grembiuli e grembiulini, cappellini e altri accessori).

“Contiamo molto – concludono Aicardi ed Erika Bin – tanto sull’attenzione e sull’interesse dei reggiani (che possono trovare alcuni prodotti di “Punto Croce” nel punto vendita “Fiori Ribelli” di via Farini, in centro città) quanto sulla collaborazione con le imprese anche per altre piccole lavorazioni tra tessuti e dintorni, così come già è accaduto con un’importante impresa reggiana, cui siamo molto grati, per l’assemblaggio di montature per occhiali sul quale sono già impegnate altre due persone in aggiunta alle 5 del laboratorio sartoriale”.