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Bros, una cupa riflessione sul rapporto fra violenza e legge

Applausi a scena aperta per l'ultimo spettacolo di Romeo Castellucci: un esperimento antropologico che ci costringe a riflettere sul binomio imprescindibile fra ordine e abuso

REGGIO EMILIA – Un esperimento antropologico che mette a nudo la violenza insita nella legge e che ci costringe a riflettere sul binomio imprescindibile fra ordine e abuso. Parla di questo l’ultimo spettacolo di Romeo Castellucci, Bros, in scena in questi giorni alla Cavallerizza. Il visionario regista ha concepito uno spettacolo cupo e arcaico in cui un gruppo di poliziotti, vestiti come nei film americani degli anni Venti, agiscono sul palco eseguendo, in diretta, attraverso un auricolare, ordini impartiti dall’esterno che noi non udiamo.

Gli uomini in divisa agiscono senza pensare e, d’altra parte, non gli è richiesto. Si muovono senza capire e senza discutere. D’altronde, sta nelle loro regole di ingaggio. Gli attori, presi tutti dalla strada, hanno accettato una serie di regole che vengono anche rese note agli spettatori prima dello spettacolo. Si legge: “Eseguirò gli ordini come fossi ferro-cianuro di potassio, anche se non capisco questa frase”, o “L’esecuzione degli ordini sarà la mia oblazione, il mio teatro”.

Lo spettacolo inizia con delle enormi macchine che ruotano su sé stesse puntando un fascio luminoso talvolta sul palco, talvolta sul pubblico. I suoni sono minacciosi. Un clangore di ferro e metallo che lascia immaginare una realtà distopica là fuori. La prima presenza umana è quella di un vecchio, vestito di bianco, con un bastone in mano che recita parole incomprensibili in rumeno. Sono le parole del profeta Geremia, dall’Antico Testamento. Parlano della perdita del senso religioso come un problema di dignità umana.

Ma dalla bocca di questo anziano escono facendo intuire che qualcosa di tremendo si sta per compiere, che forze oscure stanno per irrompere e segnare il suo destino. E infatti i poliziotti entrano e fanno bere all’anziano una pozione color latte che lo uccide. Lo spettacolo può cominciare.

Il corpo unico della polizia si muove creando coreografie varie. Alcuni si inginocchiano, si gettano un liquido rosso sul viso, costringono al suolo un loro simile, lo legano e lo picchiano con il manganello come in una sorta di interrogatorio. Gesti violenti, eseguiti come degli automi. Si assiste a una scena di annegamento simulato. Inevitabile il confronto con i fatti di Genova di 20 anni fa o con gli interrogatori stile Guantanamo.

Ogni tanto i poliziotti si fermano per rendere omaggio a immagini che compaiono su grandi cartelloni. Un babbuino, l’immagine di Beckett. La scena più inquietante è quando rendono omaggio a un personaggio-idolo: un pupazzetto che li sovrasta e si muove a scatti impartendo ordini.

Poi, armati di manganelli, vengono fra gli spettatori. Scrutano la scena e scrutano noi. Come se volessero cercare un colpevole. Presenze minacciose nel buio. Infine l’ordine anarchico che, fino ad allora aveva regnato, viene spazzato via da una crisi epilettica di gruppo in cui i poliziotti cadono a terra e rivelano di essere dei burattini nelle mani di un regista superiore.

Cala un telo verde sul palco con la scritta del pulcino e dell’uovo. Dietro si intravedono i piedi di un bambino che poi appare vestito di bianco. Sembra un’immagine di speranza, ma viene subito spazzata via da un uomo in uniforme che gli appunta sul petto un distintivo e gli porge un manganello. Il bimbo si confonde nel plotone dei poliziotti. Un nuovo burattino agli ordini di forze oscure è nato.

Bros, come aveva detto in passato il regista, non è un discorso sulla polizia, bensì su di noi, una cupa e amara riflessione sul sottile spazio tra ordine e libero arbitrio, potere e obbedienza, e sul mistero della violenza che è imprescindibile. Applausi a scena aperta alla fine dello spettacolo.